Una famiglia di cicli: stessi muscoli, nomi diversi

Quando la permacultura è usata come scienza progettuale, non è una lista di tecniche: è un modo di prendere decisioni ripetibile e correggibile.

Per questo, nel tempo, sono emersi vari “cicli” che dicono quasi la stessa cosa.

  • PDCA (Plan–Do–Check–Adjust): è la forma più “universale”, nata per miglioramento continuo. In permacultura è utile perché ti ricorda che un progetto non finisce quando lo realizzi: si valida e si aggiusta.
  • ORPA (Osserva–Rifletti–Progetta–Agisci): è la versione “umana” e didattica, facilissima da ricordare e perfetta per gruppi, fattorie didattiche, progetti reali in cui la riflessione è parte del lavoro.
  • SADI (Survey–Analysis–Design–Implementation): è la versione “da progettazione del sito”: rilievo → analisi → disegno → realizzazione.
  • SADIMET (Survey-Analysis-Design-Implement-Maintain-Evaluate-Tweak) aggiunge la parte che i progetti agricoli conoscono benissimo: manutenzione, valutazione, aggiustamento (Maintain–Evaluate–Tweak). È SADI “con la vita dentro”.
  • OBREDIMET (Observe-Boundaries-Resources-Evaluate-Design-Implement-Maintain-Evaluate-Tweak) rende esplicite due cose spesso sottintese: confini (Boundaries) e risorse (Resources), e mantiene la doppia valutazione (prima e dopo). È molto utile quando il progetto include: vincoli legali, rete di attori, budget, materiali, competenze, filiere.

Perché si assomigliano così tanto

Perché, appena un metodo vuole essere:

  1. replicabile,
  2. trasparente (si capisce perché hai scelto X e non Y),
  3. robusto (non crolla al primo imprevisto),

finisce sempre per contenere queste funzioni minime:

  • Osservazione/Rilievo (dati reali)
  • Analisi/Riflessione (interpretazione, rischi, priorità)
  • Progetto/Piano (scelte, sequenze, layout, connessioni)
  • Azione/Implementazione (cantieri, semine, SOP)
  • Gestione/Manutenzione (routine)
  • Valutazione/Verifica (indicatori)
  • Correzione/Iterazione (tweak)

I cicli “più parsimoniosi” comprimono alcune di queste funzioni in una parola sola (es. “Plan” include analisi + design). I cicli “più estesi” le separano per non perderle.

Come scegliere quale usare (senza litigare con gli acronimi)

  • Se vuoi una lingua comune con persone non tecnicheORPA.
  • Se stai facendo progettazione fisica di un sito e vuoi restare essenziale → SADI.
  • Se vuoi un progetto agricolo/aziendale che vive nel tempo (gestione e iterazione) → SADIMET.
  • Se nel progetto contano molto vincoli e risorse (budget, permessi, rete di attori, filiere) → OBREDIMET.
  • Se vuoi una cornice super generica, “da management”, integrabile ovunque → PDCA.

In pratica: scegli un ciclo base (spesso ORPA o SADIMET) e tieni gli altri come “sinonimi operativi”.

Dove vanno “tutte le altre cose” dentro il ciclo

Ecco la regola che ti semplifica la vita:

  • Tecniche di lettura del sito (settori, acqua, suolo, clima) → Osserva/Survey/Observe + Rifletti/Analysis/Evaluate
  • Tecniche di sintesi (analisi funzionale, matrici funzioni×elementi, pattern) → Progetta/Design/Plan
  • Metodi e Tecniche di priorità/ordine lavori (scala di permanenza, WASPA) → tra Rifletti e Progetta (o dentro Plan)
  • Tecniche operative (compost, cover, rotazioni, gestione lettiera, pascolo pianificato) → Agisci/Implement/Maintain
  • Metodi o Framework di valutazione (Il Capitale Vivente) → soprattutto Valuta/Check/Evaluate (ma influenza già l’Analisi perché decide “cosa conta”)
  • Domini applicativi (Rigenerazione dei suoli) → non è una fase: è un pacchetto di tecniche che vive in Design–Implement–Maintain e si misura in Evaluate.

Tabella riassuntiva (mappatura delle fasi)

Funzione del processoPDCAORPASADISADIMETOBREDIMET
Rilievo / OsservazionePlanOSSO
Confini / vincoliPlanO / RS / A (spesso impliciti)S / AB
Inventario risorsePlanO / RS / A (spesso impliciti)S / AR
Analisi / interpretazionePlanRAAE (prima)
Progetto / pianificazionePlanPDDD
Implementazione / azioneDoAIII
Manutenzione / gestione(spesso implicita)(dentro A)(fuori schema)MM
Valutazione / verificaCheck(dentro R)(spesso fuori)EE (dopo)
Correzione / iterazioneAdjustritorno a Oritorno a STT

Permacultura come scienza progettuale generale

Due livelli, un ciclo, molti moduli.

  1. Il punto di partenza: permacultura non è una lista di tecniche

Quando la permacultura viene insegnata come “tool box”, il rischio è duplice:

  • scambiare gli attrezzi per il progetto (“ho fatto i settori, quindi ho progettato”);
  • usare attrezzi potenti senza una bussola (“funziona” ma a quale costo umano/ecologico?).

Per evitare questo, conviene fissare una struttura semplice e rigorosa, composta da due livelli e un meccanismo di integrazione:

  1. Valori (Etiche)
  2. Metodo di progettazione (ciclo)
  3. Moduli assegnabili alle fasi del ciclo (principi, pattern, famiglie di metodi specializzati, tecniche, strumenti…)

In questo modo la permacultura diventa una scienza progettuale generale: non progetta solo siti agricoli o ambientali, ma qualsiasi sistema umano—purché passi attraverso il filtro delle etiche.

  1. Livello 1 — Le Etiche come vincolo di ammissibilità (design normativo)

La permacultura non è “design neutrale”. È un design ethics-led, quindi normativo: decide prima che cosa è ammissibile e solo dopo come farlo bene.

Questo ha una conseguenza chiave:

  • le etiche non sono un’ispirazione poetica,
  • le etiche sono un vincolo di ammissibilità.

Vuol dire che alcune richieste, anche se “progettabili” tecnicamente, vengono scartate perché incompatibili con il filtro etico.

Ecco l’esempio che chiarisce tutto:

  • la permacultura non progetta “come vincere una guerra” (non passa il filtro etico);
  • può però progettare “come ridurre conflitti”, “come riparare traumi”, “come chiudere ostilità”, “come ricostruire coesione sociale”, perché questi obiettivi sono compatibili con Earth Care / People Care (Fair Share) / Future Share.

In pratica: prima si decide il tipo di mondo che si vuole costruire, poi si ottimizza il percorso.

  1. Livello 2 — Il metodo di progettazione esteso: ORPA+

Una volta chiarito il filtro etico, serve una “macchina” che permetta di progettare, agire, misurare e correggere. Il metodo casa può essere:

ORPA+
Osserva → Rifletti → Progetta → Agisci → Valuta → Aggiusta

È “esteso” perché include:

  • Confini e Risorse esplicitati in Osserva/Rifletti (stile OBREDIMET);
  • un blocco finale esplicito Valuta → Aggiusta (stile SADIMET).

ORPA+ è la spina dorsale. Tutto il resto entra come modulo.

  1. Il terzo livello operativo: i moduli

Una volta fissato ORPA+, la “tool box” si organizza in moduli che sono:

  • disgiunti per definizione (non si sovrappongono),
  • complementari perché insieme coprono tutto ciò che serve.

I moduli principali sono:

  1. Principi (euristiche decisionali: migliorano la qualità delle scelte)
  2. Pattern (archetipi di relazione/forma: dal generale al particolare)
  3. Famiglie di metodi specializzati:
    • Metodi di assetto: progettano configurazione e relazioni (architettura del sistema)
    • Metodi di controllo: progettano monitoraggi, soglie, azioni correttive (HACCP-like)
    • Metodi di valutazione: progettano misure e confronti (Capitale Vivente-like)
    • Metodi di sequenziamento: progettano l’ordine di intervento (per non rifare lavori, Scala di Permaninza-like)
  4. Tecniche (procedure specifiche: producono output locali)
  5. Strumenti (template, schede, mappe, fogli: rendono replicabile e tracciabile)

E qui arriva la scelta metodologica più elegante: queste famiglie stanno “sotto” o “sopra” il metodo?

Stanno dentro il ciclo ORPA+ e si assegnano a una o più fasi: non “appartengono” a una sola fase, ma hanno entrate naturali.

Tabella 1 — Moduli → fase ORPA+ (dove entrano in modo naturale)

Legenda: ● = uso principale/naturale; ○ = uso possibile/secondario

ModuloOsservaRiflettiProgettaAgisciValutaAggiusta
Principi
Pattern
Metodi specializzati — Assetto
Metodi specializzati — Controllo
Metodi specializzati — Valutazione
Metodi specializzati — Sequenziamento
Tecniche
Strumenti

Lettura didattica

  • O/R costruiscono realtà, priorità e criteri;
  • P traduce criteri in architettura + ordine;
  • A esegue e gestisce;
  • V(aluta)/A(ggiusta) rendono il sistema intelligente nel tempo.

Tabella 2 — 12 principi di Holmgren × ORPA+ (dove entrano in modo naturale)

Legenda

● = molto naturale/centrale

○ = utile ma non centrale

Principio di HolmgrenOsservaRiflettiProgettaAgisciValutaAggiusta
1. Osserva e interagisci
2. Raccogli e conserva energia
3. Ottieni un raccolto (resa)
4. Autoregolazione e feedback
5. Usa e valorizza risorse rinnovabili
6. Non produrre rifiuti
7. Dai pattern ai dettagli
8. Integra invece di separare
9. Soluzioni piccole e lente
10. Usa e valorizza la diversità
11. Usa i margini e valorizza il marginale
12. Rispondi creativamente al cambiamento

I titoli standard dei 12 principi: Observe & interact; Catch & store energy; Obtain a yield; Apply self-regulation & accept feedback; Use & value renewables; Produce no waste; Design from patterns to details; Integrate rather than segregate; Use small & slow solutions; Use & value diversity; Use edges & value the marginal; Creatively use & respond to change.

Come leggere la tabella (regola pratica)

  • O è dominato dal principio 1 (osserva) e spesso dal 11 (margini): qui “impari il sito”.
  • R è la fase dove i principi diventano scelte: energia, rinnovabili, rifiuti, integrazione, lentezza, diversità, pattern→dettagli.
  • P è la fase dove i principi si trasformano in architettura del sistema: integrazione, pattern, raccolta energia, non rifiuti, diversità.
  • A è la fase dove i principi diventano gestione: piccoli passi, feedback, rinnovabili, non rifiuti.
  • Valuta + Aggiusta sono il regno di 4 e 12: feedback e risposta al cambiamento.

Perché questa impostazione “funziona bene” anche didatticamente

  • Ti dà due classi al top: Etiche e Metodo ORPA+.
  • Ti dà moduli disgiunti che non si pestano i piedi.
  • Ti permette di insegnare “per fasi”: ogni lezione può dire in che fase entra e che output produce.
  • Ti permette di integrare anche il framework  del Capitale Vivente senza forzarlo: è un metodo di valutazione che vive in R–Valuta–Aggiusta.

ORPA+ come “metodo casa” e sei metodi di progettazione per comunità e impresa

Idea chiave: ORPA+ è il ciclo contenitore

ORPA+ (Osserva → Rifletti → Progetta → Agisci → Valuta → Aggiusta) è un metodo di progettazione esteso: definisce il ritmo e le soglie del lavoro (dati, decisioni, azione, verifica, iterazione).

I metodi:

  1. Dragon Dreaming
  2. Generazione del Modello di Impresa
  3. Generazione della Proposta di Valore
  4. Lean Business Plan
  5. Scala di Permanenza (Yeomans/Doherty)
  6. Il Capitale Vivente 

sono metodi di progettazione completi (ognuno con le sue fasi e output), ma dal nostro punto di vista funzionano benissimo come sotto-cicli o moduli metodologici che entrano in ORPA+ per fare bene una parte del lavoro.

In pratica: ORPA+ decide quando (e con quali vincoli/criteri) si lavora; questi metodi decidono come si produce un certo tipo di progetto (sociale o imprenditoriale) dentro quel quando.

Differenza funzionale tra i sei metodi

  • Dragon Dreaming è “design partecipato”: serve a generare senso condiviso, energia sociale, ruoli, piani e apprendimento collettivo.
  • Modello di impresa e Proposta di valore sono “design economico”: servono a progettare architettura del valore (chi servi, cosa offri, come lo eroghi, come stai in piedi).
  • Lean Business Plan è “design + governance”: trasforma il progetto in ipotesi testabili, metriche, milestone e routine di revisione (quindi collega fortissimo Valuta→Aggiusta).
  • La Scala di Permanenza è un metodo specializzato di sequenziamento: dà l’ordine di priorità con cui progettare e intervenire, per evitare di rifare lavoro e per rispettare i vincoli fisici che “permanentemente” condizionano tutto il resto.

  • Il Capitale Vivente è un metodo ethics-led di diagnosi e valutazione che esplicita perimetro e assunzioni e misura, nel tempo, se un sistema socio-ecologico sta consumando, mantenendo o costruendo capacità di futuro: energia intercettata e organizzata in memoria operativa (sintropia). Quando serve governance e confrontabilità economica, questa diagnosi può essere tradotta in grandezze contabili standardizzate, mantenendo l’ancoraggio biofisico.

Regola pratica di integrazione (che evita confusione)

Quando li integri in ORPA+, usa questa regola:

  • O (Osserva): raccogli dati e ascolto reale (clienti/contesto/risorse).
  • R (Rifletti): chiarisci criteri, trade-off, priorità, ipotesi critiche.
  • P (Progetta): qui “giri” i metodi (canvas, co-design, piano).
  • A (Agisci): prototipi, esperimenti, operazioni, erogazione reale.
  • V (Valuta): misure, feedback, retrospettive, confronto con criteri.
  • A (Aggiusta): pivot, revisione, nuova iterazione.

Matrici di integrazione (metodo ↔ ORPA+)

Legenda celle: frasi brevi = “cosa fa quel metodo in quella fase ORPA+”.

Tabella 1 — Dragon Dreaming ↔ ORPA+

Fasi Dragon Dreaming (righe): Dreaming, Planning, Doing, Celebrating.

Dragon Dreaming \ ORPA+OsservaRiflettiProgettaAgisciValutaAggiusta
Dreaming (Sognare)Ascolto bisogni/desideri; raccolta storieSintesi intenti; criteri condivisi; confini eticiVisione in obiettivi e immagini guidaKickoff: allineamento e motivazioneVerifica “senso”: siamo ancora coerenti?Risogno mirato: aggiorna visione alla realtà
Planning (Pianificare)Inventario risorse/attori/vincoliScelte priorità; rischi; assunzioniPiano condiviso: ruoli, tempi, budget, deliverableAvvio cantieri/attività; coordinamentoControllo avanzamento; scostamentiRipianifica (micro e macro) in base ai dati
Doing (Fare)Monitoraggio sul campo; segnali deboliRiflessività in azione; decisioni rapideMicro-design adattivo (aggiusta layout/processi)Esecuzione: sperimenti, prototipi, erogazioneMisura risultati; feedback utenti/teamCorrezioni operative; pivot locali
Celebrating (Celebrare)Raccolta evidenze e storie di impattoSensemaking: cosa abbiamo imparato?Progetta rituali e comunicazione; documentaCelebrazione e riconoscimento; coesioneRetrospettiva strutturata (successi/errori)Integra apprendimenti nel ciclo successivo

Tabella 2 — Generazione del Modello di Impresa ↔ ORPA+

Modello di impresa \ ORPA+OsservaRiflettiProgettaAgisciValutaAggiusta
1) Contesto & SegmentiRicerca clienti/attori; bisogni reali; dati mercato localeScelta segmenti prioritari; criteri etici/strategiciDefinisci personas e casi d’usoContatti pilota; interviste in campoConferma/rigetto segmentiCambia target o restringi/nicchia
2) Proposta di valore (macro)Raccogli “jobs/pains/gains” dal realeSeleziona promessa centrale; trade-offFormula value proposition e pacchettiPresenta proposta a pilotiMisura interesse (conversione, feedback)Raffina promessa o riposiziona
3) Architettura del valoreMappa risorse interne/esterne (asset, competenze, reti)Valuta fattibilità e colli di bottigliaDisegna canali, attività, partner, flussiAvvia canali e procedure (SOP servizio)KPI operativi (tempi, qualità, costi)Modifica canali/partner/procedure
4) Modello economicoRaccogli costi reali/tempo-uomo; vincoliScegli modello ricavi; soglie sostenibilitàPricing, cost structure, unit economicsApplica pricing e registra datiMargini reali; elasticità; stagionalitàCambia prezzi/pacchetti/costi
5) Ipotesi critiche & MVPEvidenze su domanda e capacità di erogareSeleziona ipotesi più rischioseMVP/servizio minimo + script venditaEroga MVP a clienti realiMisura: acquisti, riacquisti, NPS/recensioniPivot su contenuto/forma/canale
6) Test & IterazioneNuovi dati continuiInterpreta pattern; decide cosa contaAggiorna canvas e regoleItera cicli breviReport KPI e apprendimentoConsolidamento o svolta (nuova iterazione)

Per “metodo” intendo un workflow tipo: Contesto/segmenti → Proposta di valore (macro) → Architettura (canali/attività/risorse/partner) → Economica (costi/ricavi) → Ipotesi critiche/MVP → Test/iterazione.

Tabella 3 — Generazione della Proposta di Valore ↔ ORPA+

Proposta di valore \ ORPA+OsservaRiflettiProgettaAgisciValutaAggiusta
1) Segmento sceltoOsserva clienti reali (chi sono, contesto)Decide “per chi” (criteri e priorità)Definisce profilo targetRecluta pilotiVerifica se è il segmento giustoCambia segmento o restringi
2) Customer ProfileInterviste/field notes su Jobs–Pains–GainsOrdina per importanza; trova i “top 3”Sintesi strutturata del profiloTesta la sintesi con clienti (“è vero?”)Conferma/rigetto pain/gainRiscrive profilo e priorità
3) Value MapInventario risorse/servizi possibiliSceglie leve ad alto impattoProgetta prodotti/servizi + relievers/creatorsPrototipi (demo, prova, assaggio, visita)Misura utilità percepitaRaffina offerta e messaggi
4) Fit (allineamento)Evidenze di aderenza (segnali dal campo)Giudizio: dove “non torna”Aggiusta il mapping pain↔reliefItera prototipiValuta “problem-solution fit”Pivot se mismatch forte
5) Test strutturatiRaccolta dati test (prezzi, canali, formati)Legge risultati; decide ipotesi successiveDisegna prossimi esperimentiEsegue esperimentiKPI: conversione, retention, marginiCambia variabili critiche
6) Iterazione/ScalingDati in ampliamentoDecide cosa standardizzarePacchetti e SOPEroga con qualità costanteControllo qualità e performanceNuova versione o consolidamento

Workflow tipo: Seleziona segmento → Customer Profile → Value Map → Fit → Test → Iterate.

Tabella 4 — Lean Business Plan ↔ ORPA+

Lean Business Plan \ ORPA+OsservaRiflettiProgettaAgisciValutaAggiusta
1) Bozza “1 pagina”Dati minimi su clienti, risorse, vincoliCoerenza con etiche e obiettiviSintesi del modello in 1 paginaCondivide e allinea teamControllo chiarezza/realismoRiscrive per chiarezza e focus
2) Assunzioni criticheEvidenze su cosa è incertoSeleziona “rischi mortali”Trasforma in ipotesi testabiliPrepara testMisura esito ipotesiElimina/riscrive ipotesi
3) Metriche & MilestoneBaseline (stato iniziale)Sceglie KPI “pochi ma buoni”Definisce milestone e soglieImplementa trackingKPI vs targetCambia KPI o target se errati
4) Esperimenti/ValidazioneDati sperimentaliInterpreta segnaliPianifica esperimenti successiviEsegue (MVP, campagne, prove)Analizza risultatiPivot su offerta/canale/prezzo
5) Review cadenzataRaccoglie dati periodiciRetrospettiva e decisioniAggiorna pianoApplica cambiamentiVerifica trendStabilizza o cambia rotta
6) Pivot/Persevere + UpdateNuove evidenzeDecide: perseverare o pivotareNuovo piano versione XEsecuzione nuova rottaMisura impatto cambiamentoChiude ciclo e riparte da O

Workflow operativo (snello) che puoi insegnare così: Bozza 1 pagina → Assunzioni critiche → Metriche/Milestone → Esperimenti → Review cadenzata → Pivot/Persevere (update).

Tabella 5 — Scala di Permanenza × ORPA+

Scala di Permanenza (fasi/strati) \ ORPA+OsservaRiflettiProgettaAgisciValutaAggiusta
1) Clima (sole, vento, pioggia, gelate, stagionalità)Raccolta dati meteo locali, estremi, microclimiVincoli e opportunità; definisci finestre operativeImpatta orientamenti, scelte colturali e protezioniAdegua timing lavori e specie/varietàValuta resilienza a eventi estremiAggiorna strategie (es. più copertura, frangivento)
2) Landform / Forma del terreno (quote, pendenze, ristagni)Rilievo quote, linee di flusso, punti criticiPriorità: dove intervenire prima (problemi “strutturali”)Disegno terra/acqua coerente (senza “combattere” la forma)Cantieri suolo/acqua (se previsti)Controllo: erosione/ristagno migliorati?Piccoli aggiustamenti prima di cambiare altro
3) Acqua (drenaggi, accumuli, percorsi, qualità)Mappa flussi, fossi, punti ristagno, portanzaDecide obiettivi idrici: infiltrare/defluire/accumulareProgetta sistemi acqua (prima di strade/impianti)Realizza opere e regole operative (finestre meteo)Misura: infiltrazione, portanza, danniCorreggi gestione/strutture idriche
4) Accessi / Strade / LogisticaTracce reali, vincoli, punti di manovraRiduci compattazione e conflitti di flussoLayout percorsi (macchine, persone, animali)Realizza/ottimizza percorsiValuta: tempi, danni suolo, sicurezzaRitocca tracciati/gestione
5) Strutture (aree operative, platee, stoccaggi)Inventario esistenti + vincoliDecide cosa serve davvero e doveProgetta posizionamento in funzione di acqua/accessiCostruisci/adeguaValuta: funzionalità/costiCorreggi layout e SOP
6) Alberi/Perennial & SiepiStato attuale, venti, ombre, biodiversitàScelta obiettivi (frangivento, ombra, biomassa)Pattern e collocazioneImpianto/gestioneSopravvivenza, crescita, beneficiCorrezioni (specie, densità, protezioni)
7) Recinzioni / Subdivisioni (animali, rotazioni)Mappa perimetri e usiDecide logica gestione (paddock, aree)Disegno recinzioni in coerenza con accessi/acquaRealizza/gestisceValuta efficacia (lavoro/animali/suolo)Modifica layout e tempi
8) Suolo (fertilità, SOM, struttura: rigenerazione)Campioni, struttura, compattazione, coperturaDefinisci funzioni suolo e indicatoriPacchetto rigenerazione (cover/compost/rotazioni)Esecuzione SOP suoloTrend SOM/struttura/infiltrazioneAggiusta mix cover, dosi, timing
9) “Fattori”/Gestione annuale (colture, calendari, dettagli)Diario operativoScelte annuali e compromessiPianificazione stagionaleImplementazioneRaccolti, qualità, lavoroIterazione annuale

Nota: esistono varianti della scala (clima, landform, acqua, accessi/strade, alberi, strutture, recinzioni, suolo…). Qui uso una versione “operativa” comune in contesti agricoli.

Tabella 6 — Metodo del Capitale Vivente (Zanin) × ORPA+

Legenda: celle compilate = cosa fa il metodo in quella fase ORPA+. (— = uso marginale)

Fasi Capitale Vivente (Zanin) \ ORPA+OsservaRiflettiProgettaAgisciValutaAggiusta
CV-1 Perimetro, scala, confiniRaccoglie confini fisici/gestionali; unità X; orizzonte temporaleDecide confini contabili (Cerere/Prometeo; light/heavy); cosa è dentro/fuoriImposta scenari coerenti col perimetroTracciabilità coerente coi confiniVerifica coerenza confini vs dati realiCorregge perimetro se incoerente o troppo ambizioso
CV-2 Tipizzazione del sistema (regimi, canali, classi)Osserva strutture/usi/forzanti (esosomatica, pratiche)Classifica: Cerere vs Prometeo; canali energetici; livello di antropizzazioneTraduce la tipizzazione in scelte di design (cosa è possibile/realistico)Applica regole operative coerenti col regimeControlla se la tipizzazione regge ai risultatiSe necessario riclassifica o raffina classi/soglie
CV-3 Dati minimi & prior (assunzioni dichiarate)Raccoglie dati minimi (suolo/acqua/biomassa/gestione)Imposta prior/assunzioni (parametri e soglie) + “paragrafo Ω” dove serveUsa i prior per scegliere leve (interventi ad alto effetto)Raccoglie dati in modo standardizzato (replicabilità)Valuta sensibilità: cosa dipende troppo dai prior?Aggiorna prior (non “aggiusta i dati”: aggiusta le assunzioni)
CV-4 Diagnosi dinamica (direzione: S−/S0/S+)Osserva segnali/indicatori (proxy di memoria, struttura, rete)Interpreta: consumo/manutenzione/costruzione di capacità (ΔCVs-3 come idea guida)Progetta per spostare la direzione (da S− a S0/S+)Implementa leve coerenti (suolo, acqua, rete trofica, logistica)Misura trend e coerenza: la direzione è cambiata?Decide correzioni per riportare il sistema in S0/S+
CV-5 Valutazione in “costo standard” (valore dichiarato)— (serve base dati affidabile)Decide cosa conta come “valore” (non prezzo) e con quali regoleConfronta alternative progettuali tramite costo standard/ricostruzioneRegistra costi/energie/azioni con struttura comparabileCalcola e confronta: report/prospetti/indicatoriAggiorna standard, soglie e scelte progettuali
CV-6 Reporting contabile e decisione (output per governance)Definisce forma report (per chi legge, quali decisioni)Integra nel piano: obiettivi misurabili e check periodiciInserisce routine di monitoraggio (cadenzamento)Produce report decisionale (cosa tenere/cosa cambiare)Trasforma report in “release” del progetto (v2.0)

Metodo del Capitale Vivente (Zanin) e ORPA+

1. Ruolo: non sostituisce ORPA+, lo rende misurabile e confrontabile

ORPA+ è la macchina del progetto (dal reale all’azione, fino al miglioramento).
Il Capitale Vivente è la macchina del giudizio (che cosa conta, come lo misuro, come confronto “prima/dopo”, come rendo esplicite le assunzioni e i trade-off).

In altre parole:

  • ORPA+ risponde a: “che cosa facciamo e come iteriamo?”
  • Capitale Vivente risponde a: “come so se sto costruendo futuro (Cerere) o consumandolo (Prometeo), e con quali criteri dichiarati?”

2. “Dove entra” nel ciclo ORPA+

 

  • Entra già in R (Rifletti) perché lì definisce criteri e indicatori: il Capitale Vivente dà la grammatica (cosa è valore in termini di costo standard, quali variabili del tensore, quali prior, quali confini contabili).
  • Opera pienamente in V (Valuta) perché lì esegue la diagnosi/valutazione e produce i prospetti (o i report) confrontabili.
  • Chiude il giro in Aggiusta, perché la valutazione è utile solo se diventa correzione di rotta (e aggiornamento dei prior / delle scelte).
  • Tocca O (dati minimi richiesti), P (scenari e scelte progettuali coerenti con il criterio di valore), A (tracciabilità e raccolta dati “da contabilità della vita”).

Quali sono i metodi utilizzati in Permacultura?

  1. ORPA+
  2. Metodo della Scala di Permanenza di Yeomans e Doherty
  3. Dragon Dreaming
  4. Generazione del Modello di Impresa
  5. Generazione della Proposta di Valore
  6. Lean Business Plan
  7. Il Capitale Vivente: Cerere e Prometeo in Gaia

ORPA+: un metodo “casa” per progettare, imparare e migliorare nel tempo

Abstract

ORPA+ è un metodo di progettazione ciclica che integra un flusso essenziale — Osserva, Rifletti, Progetta, Agisci (ORPA) — con un blocco finale esplicito di Valuta → Aggiusta, rendendo strutturale ciò che spesso nei progetti resta implicito: l’apprendimento, la verifica delle ipotesi e la correzione iterativa. Questo scritto definisce il perimetro del metodo, le sue finalità e la sua completezza, chiarisce su quali classi di progetti ORPA+ possa essere applicato (dai sistemi agricoli e territoriali alla progettazione di servizi, imprese e percorsi educativi, fino alla scrittura di algoritmi e software per automatizzare problemi ricorrenti), e propone un linguaggio operativo per rendere il metodo replicabile, cioè insegnabile, verificabile, con tracciabilità, e capace di migliorare di ciclo in ciclo.

  1. Nota storica: ORPA/ORPA+ come “lingua” che condensa un secolo di cicli

Nel lessico della permacultura italiana, ORPA (Osserva–Rifletti–Progetta–Agisci) è presentato come flusso progettuale circolare/spiraliforme, non lineare, che si arricchisce nel tempo integrando feedback e adattamento. Nello stesso filone formativo, ORPA è stato messo in relazione con modelli ciclici di apprendimento (in particolare la tradizione dell’apprendimento esperienziale) e usato come cornice didattica per strutturare percorsi di apprendimento attivo.

Questa scelta non è casuale: ORPA non è “solo permacultura”. È una grammatica minima che rende dicibile—con quattro verbi—una genealogia ampia di modelli ciclici nati in educazione, ricerca-intervento, qualità industriale, teoria organizzativa e decision-making. ORPA+ fa un passo ulteriore: mette per iscritto ciò che molte tradizioni avevano già intuito, cioè che senza una fase esplicita di valutazione e correzione il ciclo tende a interrompersi o a trasformarsi in ripetizione.

In sintesi, ORPA/ORPA+ è un punto d’incontro fra sei grandi filoni:

  • Educazione: imparare dall’esperienza tramite osservazione e riflessione.
  • Ricerca-intervento: cicli ripetuti di pianificazione–azione–osservazione–riflessione.
  • Qualità industriale: miglioramento continuo (Plan–Do–Study–Act) con studio degli esiti e integrazione dell’apprendimento.
  • Apprendimento esperienziale: alternanza strutturata tra esperienza, riflessione, concettualizzazione e sperimentazione.
  • Teoria organizzativa: distinzione fra correzioni “di superficie” e correzioni delle assunzioni (single-loop/double-loop).
  • Decisione in contesti dinamici: cicli rapidi basati su feedback e aggiornamento del modello.
  1. Perché ORPA+ (e non solo ORPA)

ORPA è già una sintesi potente: progettare significa alternare percezione del reale, interpretazione, scelta e azione. Nella pratica, però, molti progetti falliscono non perché ORPA sia sbagliato, ma perché due passaggi restano “sottotraccia”:

  1. Valutazione: che cosa è successo davvero rispetto a ciò che avevamo previsto?
  2. Aggiustamento: che cosa cambiamo nel sistema, nei parametri o nel modo di lavorare?

ORPA+ nasce come estensione minimale ad alto impatto: rende obbligatorio e visibile il ritorno informativo. Se ORPA è un ciclo, ORPA+ ne rende esplicita la chiusura e lo rende adatto a progetti complessi, incerti, con molte variabili non controllabili.

Schema operativo:

ORPA+ = (O → R → P → A) ⟲ + (Valuta → Aggiusta) ⇒ iterazione successiva (v2, v3, …)

  1. Perimetro del metodo: che cosa ORPA+ è (e che cosa non è)

ORPA+ è un metodo di processo e di progettazione: descrive un flusso di lavoro che porta da un contesto reale a decisioni, azioni, risultati misurabili e apprendimento. Non è:

  • una singola tecnica (es. analisi dei settori, SWOT, keyline),
  • un catalogo di soluzioni,
  • una “filosofia” generica.

Il perimetro include ciò che serve perché un progetto funzioni nel tempo:

  • definizione del problema e dei confini,
  • raccolta dati e osservazioni,
  • costruzione di ipotesi e criteri,
  • scelta progettuale e pianificazione,
  • implementazione,
  • valutazione con indicatori,
  • correzione del modello e delle azioni.

Vincolo di ammissibilità (ethics-led). In permacultura ORPA+ non è neutro: le etiche (e, quando adottati, i principi) agiscono come vincolo normativo. Definiscono l’insieme dei progetti ammissibili e informano criteri di successo e trade-off.

Relazione con metodi specializzati. ORPA+ non sostituisce metodi e tecniche specialistiche: le colloca come moduli nelle fasi appropriate (osservazione, diagnosi, progettazione, implementazione, valutazione).

  1. Finalità: perché usare ORPA+

Le finalità di ORPA+ si leggono su tre livelli:

4.1 Finalità epistemica: progettare sotto incertezza
I sistemi viventi, sociali e tecnici complessi sono dinamici. ORPA+ assume che:

  • alcune variabili siano ignote,
  • molte relazioni siano non lineari,
  • la conoscenza emerga durante l’azione.
    Per questo ORPA+ non promette “la soluzione perfetta”, ma un modo affidabile per ridurre progressivamente l’errore.

4.2 Finalità operativa: rendere il progetto eseguibile
ORPA+ mira a produrre output concreti: mappe, piani, SOP, check-list, prototipi, implementazioni e risultati misurabili. Il criterio di successo non è “avere un’idea”, ma avere una sequenza di azioni replicabile.

4.3 Finalità evolutiva: imparare e migliorare di ciclo in ciclo
Il blocco Valuta→Aggiusta trasforma il progetto in un sistema che impara: non si ferma al “fare”, ma include il “migliorare” come parte obbligatoria.

  1. Completezza: perché ORPA+ è un metodo completo

Un metodo di progettazione è “completo” quando copre, senza buchi, cinque requisiti:

  1. Perimetro (confini, risorse, vincoli, attori)
  2. Modello (ipotesi, criteri, struttura del problema)
  3. Decisione (scelte e piano)
  4. Esecuzione (implementazione e gestione)
  5. Feedback (valutazione e correzione)

ORPA+ li include tutti:

  • Osserva: evidenze, contesto, segnali.
  • Rifletti: modello, cause, priorità, criteri.
  • Progetta: alternative, scelta motivata, piano, prototipo/SOP.
  • Agisci: implementazione e produzione di cambiamenti reali.
  • Valuta → Aggiusta: scostamenti, aggiornamento ipotesi, correzioni e nuova versione.

Single-loop vs double-loop (regola pratica).

  • Single-loop: correggere azioni/SOP/parametri mantenendo obiettivo e ipotesi di fondo.
  • Double-loop: correggere anche ipotesi, criteri, obiettivi o confini quando sono la fonte dello scostamento.
  1. Ambiti di applicazione: dove ORPA+ funziona bene

ORPA+ si applica a tutte le situazioni in cui:

  • esiste un obiettivo,
  • esistono vincoli reali,
  • esistono decisioni da prendere,
  • gli esiti dipendono da fattori non pienamente prevedibili.

6.1 Progetti biofisici e territoriali
Aziende agricole, rigenerazione suoli, pianificazione idrica, zonizzazione, gestione biodiversità. Integra osservazioni ambientali, progettazione spaziale, implementazione e indicatori (copertura, infiltrazione, SOM, rese, biodiversità).

6.2 Progetti di impresa e servizi
Agriturismo, fattoria didattica, proposte di valore relative, business plan. ORPA+ impone confini, prototipi, feedback e correzioni rapide e tracciabili.

6.3 Progetti educativi e editoriali
Corsi, manuali, percorsi didattici, pubblicazioni. ORPA+ diventa metodo editoriale: bisogni del lettore → architettura contenuti → layout/esercizi → delivery → test e revisione.

6.4 Progetti algoritmici e software (automazione di problemi ricorrenti)
ORPA+ è naturale nello sviluppo software perché il codice vive di iterazioni, test e regressioni:

  • Osserva: dati di input, eccezioni, errori tipici; casi storici.
  • Rifletti: modello del problema, vincoli, criteri di correttezza, test.
  • Progetta: architettura modulare, scelta algoritmi, API, piano test, gestione dati.
  • Agisci: implementazione incrementale e prototipo funzionante.
  • Valuta → Aggiusta: metriche (accuratezza, performance, stabilità), correzione bug, refactoring, aggiornamento modello e documentazione.

ORPA+ qui aggiunge un tratto “permaculturale”: il richiamo costante a confini, risorse, impatti e coerenza con finalità.

  1. Output tipici (replicabilità e verificabilità con tracciabilità)

Un metodo è robusto quando produce artefatti riconoscibili. Un set minimo di output, indipendente dal dominio:

  • Osserva → scheda contesto + dati minimi + mappa confini/risorse
  • Rifletti → ipotesi + criteri + rischi + priorità
  • Progetta → alternative + scelta motivata + piano + SOP/prototipo
  • Agisci → esecuzione + registro attività + log problemi
  • Valuta → indicatori + confronto atteso/reale + scostamenti + lezioni apprese
  • Aggiusta → decisioni di correzione + versione successiva del piano (v2)

Verificabilità (con tracciabilità). Ogni fase produce output minimi che permettono di ricostruire a posteriori dati, criteri, decisioni e azioni: il progetto diventa discutibile, insegnabile e migliorabile senza affidarsi alla sola memoria o all’autorità.

  1. Conclusione: una lingua comune tra vivente e tecnica

ORPA+ è una lingua: una grammatica semplice capace di descrivere progetti diversi senza perdere rigore. La sua forza è l’equilibrio:

  • abbastanza leggero da non bloccare l’azione,
  • abbastanza completo da non lasciare buchi,
  • abbastanza iterativo da convivere con sistemi reali che cambiano.

È per questo che ORPA+ si presta tanto alla permacultura quanto al software: in entrambi i casi si lavora con sistemi che non si lasciano addomesticare con una sola pianificazione iniziale. Si progettano, si toccano, si osservano gli effetti e si ricomincia—con più informazione, meno illusioni e un progetto che, ciclo dopo ciclo, diventa più vero.

Tabella ORPA+

Fase ORPA+Domande guida (minime)Output minimo (deliverable)Errori tipiciTecniche / strumenti che entrano bene qui
O — OsservaQual è il contesto reale? Quali sono confini, risorse, vincoli, attori? Cosa succede oggi (dati, esempi)? Quali segnali ricorrenti?1) Scheda contesto + obiettivo; 2) Mappa confini/risorse (o elenco); 3) Dati minimi raccolti (foto, misure, casi); 4) Registro osservazioniSaltare i confini; raccogliere “tutto” senza criteri; confondere opinioni con dati; ignorare stagionalità o casi limiteOsservazione sul campo; check-list dati minimi; mappe base; log eventi; campioni/casi storici (per software: dataset di esempi reali)
R — RiflettiQual è il problema vero? Quali sono cause, colli di bottiglia, leve? Quali criteri di successo? Quali rischi? Quali ipotesi sto assumendo?1) Modello/diagnosi (testuale o schema); 2) Criteri e metriche (KPI/indicatori); 3) Lista rischi + priorità; 4) Assunzioni esplicite“Riflessione” = opinioni; criteri vaghi; non dichiarare assunzioni; ignorare trade-offAnalisi funzionale; SWOT/PASTURE; catene causa-effetto; matrice priorità; per software: specifica requisiti + criteri di correttezza
P — ProgettaQuali opzioni? Quale scelgo e perché? Che sequenza? Che risorse? Quali SOP? Quale prototipo/pilota?1) Alternative + scelta motivata; 2) Piano (sequenza + responsabilità + risorse); 3) SOP/checklist; 4) Disegni/mappe/architettura; 5) Piano di test/pilotaPiano troppo grande; soluzioni scollegate dai criteri; “wishful thinking”; mancanza di testZone/settori; Scala di Permanenza; WASPA; sequenziamento; Gantt leggero; per software: architettura modulare, API, test plan, pseudocodice
A — AgisciCosa implemento adesso? Come riduco rischi? Come registro ciò che accade?1) Implementazione/pilota; 2) Registro attività (chi-fa-cosa-quando); 3) Log problemi/incidenti; 4) Evidenze (foto, dati, commit)Fare troppo; non registrare; cambiare obiettivo in corsa senza dichiararlo; “eroismo” al posto di SOPKanban operativo; SOP in campo; checklist sicurezza; per software: versioning, issue tracker, CI base, runbook
V — ValutaChe cosa è successo rispetto ad atteso? Dove abbiamo scostamenti? Quali indicatori cambiano? Qual è la qualità del risultato (non solo quantità)?1) Report atteso vs reale; 2) Indicatori aggiornati; 3) Analisi scostamenti; 4) Lesson learned (3 cose)Valutare solo “sensazioni”; misurare troppo tardi; scegliere indicatori non collegati agli obiettivi; confondere output con outcomeMonitoraggio con soglie; audit SOP; per suolo: copertura/infiltrazione/SOM proxy; per software: test coverage, error rate, performance, regressioni
A — AggiustaCosa cambio nel progetto, nelle assunzioni, nella sequenza, nelle SOP? Cosa mantengo? Quale è la prossima iterazione e con quali priorità?1) Decisioni di correzione (cosa/chi/quando); 2) Nuova versione del piano (v2); 3) Aggiornamento assunzioni e SOP; 4) Backlog miglioramenti“Aggiustare” = rattoppare; cambiare senza capire la causa; introdurre complessità; non chiudere il cicloPDCA mirato; Kaizen; retrospettiva; per software: refactoring, aggiornamento test, hardening, documentazione e runbook

Log e backlog sono due parole molto usate in gestione progetti (anche in permacultura quando lavorariamo “con metodo”).

Log

È un registro cronologico: una lista in ordine di tempo di ciò che succede o di ciò che fai.

  • A cosa serve: memoria affidabile, tracciabilità, capire cause/effetti (“cosa è cambiato prima che comparisse quel problema?”).
  • Esempi in azienda agricola:
    • Log interventi: “12/02: spandimento letame parcella A, suolo asciutto, 6 viaggi.”
    • Log animali: “02/03: abbeveratoio recinto cervi intasato, ripulito.”
    • Log didattica: “Visita famiglia: tempo totale 110 min, punto critico parcheggio.”
  • Sinonimi italiani: registro, diario operativo, giornale di campagna.

Backlog

È una lista di cose da fare (o da migliorare) non ancora pianificate nel dettaglio. Non è in ordine di tempo: è una “coda” che puoi prioritizzare.

  • A cosa serve: non perdere idee e problemi, ma senza intasare il piano settimanale.
  • Esempi in azienda agricola:
    • “Sistemare punto fango ingresso recinto mufloni.”
    • “Aggiungere cartellonistica percorso ospiti.”
    • “Definire SOP ‘evento letame’ con soglie meteo.”
  • Sinonimi italiani: lista attività, lista interventi, coda priorità, elenco miglioramenti.

In breve:

  • Log = cosa è successo / cosa ho fatto (storico)
  • Backlog = cosa devo ancora fare (futuro), ordinabile per priorità

ORPA+ come “metalinguaggio” per descrivere lo sviluppo IA

Lo sviluppo dell’IA moderna è, di fatto, apprendimento tramite cicli di miglioramento continuo. La differenza è che il “soggetto che impara” non è una persona, ma un modello statistico che viene aggiornato usando dati + feedback + valutazioni, iterazione dopo iterazione.

  1. L’idea comune: imparare = chiudere il ciclo feedback → correzione

Nei metodi ciclici (Kolb, PDSA/PDCA, action research) l’apprendimento avviene quando:

  • fai un’azione o un esperimento,
  • osservi cosa succede,
  • confronti con criteri,
  • correggi ipotesi e pratica.

Nell’IA, lo schema è lo stesso: addestramento → valutazione → aggiustamento → nuova versione.

  1. Come “miglioramento continuo” appare nella costruzione di modelli come ChatGPT

In modo molto semplificato (ma fedele ai documenti OpenAI), il ciclo tipico include:

  1. a) Addestramento di base (pretraining)
    Il modello impara pattern generali dai dati (predire il prossimo token).
  2. b) “Progettazione del comportamento” tramite supervisione e feedback umano
    Per ChatGPT/OpenAI è documentata una pipeline in cui:
  • si fa supervised fine-tuning su esempi di comportamento desiderato,
  • poi si usa Reinforcement Learning from Human Feedback (RLHF) con confronti di preferenza (umani che scelgono la risposta migliore) per spingere il modello verso risposte più utili e sicure.
    Questa è miglioramento continuo in forma “ingegnerizzata”: il feedback diventa un segnale che orienta gli aggiornamenti del modello.
  1. c) Valutazione e “correzione” su safety/qualità
    Esempio: approcci che insegnano esplicitamente specifiche di sicurezza e addestrano il modello a ragionare rispetto a quelle specifiche prima di rispondere (deliberative alignment).
    E, per alcune famiglie di modelli, l’addestramento include cicli di reinforcement per migliorare la capacità di ragionamento e riconoscere errori.
  2. d) Iterazione (nuove versioni)
    Non è “un addestramento e basta”: è una sequenza di versioni, ciascuna costruita su misure, test, feedback, regressioni, correzioni.
  3. ORPA+ come “metalinguaggio” per descrivere lo sviluppo IA

Se prendi ORPA+ come lingua, puoi mappare quasi 1:1 il ciclo di sviluppo di un sistema IA:

  • O — Osserva → raccogli dati, casi reali, fallimenti tipici, requisiti (dataset + log)
  • R — Rifletti → analisi errori, criteri di qualità/sicurezza, definizione metriche e casi limite
  • P — Progetta → scelta architettura/pipeline, definizione del tipo di addestramento (SFT [Supervised Fine-Tuning], preferenze, ecc.), piano di test
  • A — Agisci → addestra/fine-tuning, integra nel prodotto
  • V — Valuta → benchmark + valutazioni umane + test di sicurezza/robustezza
  • Aggiusta → modifica dati, regole di valutazione, istruzioni, tecnica di fine-tuning (es. reinforcement fine-tuning con grader programmabile in certi contesti)

In altre parole: ORPA+ descrive bene sia come imparano le persone, sia come si migliorano sistemi IA, perché entrambi dipendono da feedback e iterazione.

  1. Perché questa connessione è importante (anche per te che leggi, in azienda)

Se tu usi ORPA+ per progettare, e in parallelo costruisci strumenti software (anche semplici: fogli di calcolo, script, piccoli assistenti) per automatizzare problemi ricorrenti, stai facendo la stessa cosa su due livelli:

  • Sistema reale (campi, animali, didattica) che migliora tramite ORPA+.
  • Sistema informativo (software/algoritmi) che migliora tramite ORPA+.

E i due si alimentano:

  • i tuoi log di campo diventano “dati di osservazione” utili a automatizzare,
  • l’automazione riduce rumore e fatica, e rende la valutazione più rapida e verificabile.

Metodo della Scala di Permanenza di Yeomans e Doherty

Progettazione Spaziale secondo la Permanenza

Perché serve una “scala di permanenza”

Quando progetti un’azienda agricola, un podere o un paesaggio produttivo, alcune scelte sono difficili (e costose) da cambiare e condizionano tutto ciò che viene dopo; altre sono più flessibili e possono essere modificate rapidamente.

La Scala di Permanenza è un metodo di progettazione che ordina gli elementi del paesaggio in base alla loro “permanenza relativa” (quanto durano nel tempo e quanta energia/denaro serve per modificarli). Nasce nel contesto del Keyline Design di P. A. Yeomans e viene poi estesa da Darren J. Doherty (Regrarians) per includere esplicitamente dimensioni d’impresa (economia) e di flussi (energia).

Idea chiave: la scala non è una classifica di importanza morale (“il suolo è ultimo quindi non conta”), ma una guida per evitare errori di sequenza: se sbagli prima strade e acqua, poi paghi tutto due volte.

  1. La Scala di Yeomans (Keyline Scale of Relative Permanence)

Nel 1958 Yeomans presenta “The Keyline scale of the relative permanence of things agricultural” come yardstick (metro guida) per le decisioni di pianificazione e gestione delle terre agricole. La scala, nella sua forma classica, è:

  1. Climate (Clima)
  2. Land shape (Forma del terreno / topografia funzionale)
  3. Water supply (Risorsa idrica e sua organizzazione)
  4. Farm roads (Strade poderali / viabilità aziendale)
  5. Trees (Alberi e sistemi arborei)
  6. Permanent buildings (Edifici permanenti)
  7. Subdivision fences (Recinzioni / suddivisioni)
  8. Soil (Suolo)

Perché il suolo è “ultimo” (ma non “meno importante”)

Yeomans spiega chiaramente il paradosso: il suolo è centrale per la fertilità, ma è l’elemento che può cambiare (in meglio o in peggio) più rapidamente, anche più rapidamente del degrado di una linea di pali di recinzione. Quindi sta in fondo solo per “permanenza relativa”, non per valore.

  1. L’estensione di Doherty (Regrarians): dalla scala al “processo”

Darren J. Doherty dichiara esplicitamente di costruire la Regrarians Platform® a partire dalla KSOP di Yeomans, ampliando e aggiornando i fattori per riflettere la maggiore complessità della pianificazione agroecologica ed economica contemporanea.

Nella formulazione Regrarians (come presentata nella pagina “Regrarians Platform®”), i fattori diventano 10:

  1. Climate
  2. Geography (ridenominazione/estensione di “land shape”: topografia + contesto territoriale/regionale)
  3. Water
  4. Access (strade, piste, connessioni)
  5. Ecosystems (in molte versioni divulgative reso come “Forestry/Vegetation systems”)
  6. Buildings
  7. Fences
  8. Soils
  9. Economy
  10. Energy

Cosa cambia davvero rispetto a Yeomans

  • Land shapeGeography: oltre al rilievo, entra il “dove sei” (geologia, regione, demografia, vincoli).
  • Farm roadsAccess: include viabilità + logistica/movimenti.
  • TreesEcosystems/Forestry: l’attenzione si sposta da “alberi” a “sistemi ecologici” (biodiversità funzionale e servizi ecosistemici).
  • Aggiunte esplicite: Economy e Energy, per connettere il disegno ecologico alla fattibilità e ai flussi energetici reali dell’impresa umana.
  1. Il metodo operativo: come si usa (davvero) la Scala di Permanenza

La scala diventa potente quando la trasformi in una procedura replicabile: analisi → mappa → decisioni nell’ordine giusto → implementazione in fasi.

Passo 0 — Definisci scopo e vincoli di progetto

Anche se la scala parte dal clima, nella pratica serve una riga iniziale:

  • obiettivi (produzione, resilienza, reddito, biodiversità, riduzione rischio idrico, ecc.),
  • vincoli legali e sociali (servitù, confini, vincoli idraulici, vincoli paesaggistici),
  • orizzonte temporale e budget.

(Questo è implicitamente presente nel lavoro “enterprise planning” che Regrarians esplicita nel fattore Economy.)

4. I fattori, uno per uno (con “output” pratici)

  1. ClimaDomanda guida: quali sono le “regole del gioco” che non puoi negoziare?
    Dati minimi: piogge (quantità e distribuzione), temperature, gelo, vento dominante, ondate di calore, stagionalità.
    Output progettuali: finestre colturali, specie compatibili, fabbisogni idrici realistici, rischio erosione/flash flood, necessità di frangivento.Yeomans lo pone al primo posto; Regrarians lo chiama esplicitamente “rules of the game”.
  2. Land shape / GeographyDomanda guida: come scorre l’acqua sul terreno e dove si concentra energia erosiva?
    Dati minimi: curve di livello, pendenze, esposizioni, linee di impluvio, colmi, “keypoint/keyline” se lavori in logica keyline.
    Output progettuali: compartimentazione idrologica, aree da proteggere, zone adatte a invasi/linee di distribuzione.Qui si decide la “grammatica” del luogo: tutto il resto ci si appoggia sopra.
  3. Acqua (Water supply / Water)Domanda guida: come trasformi la pioggia da “problema di smaltimento” a risorsa gestita?
    Dati minimi: volumi, tempi, punti di raccolta, diritto/qualità/affidabilità fonte, possibilità di stoccaggio e distribuzione.
    Output progettuali: invasi, canali/linee di adduzione, drenaggi dove necessari, sistemi di rallentamento-infiltrazione, priorità di controllo erosione.È il cuore operativo del Keyline Design, e la scala ti obbliga a deciderlo prima delle infrastrutture “rigide”.
  4. Accesso (Farm roads / Access)
    Domanda guida: come ti muovi senza creare problemi idrologici e senza “tagliare” il paesaggio?
    Dati minimi: percorsi attuali, pendenze, punti di attraversamento, aree di carico/scarico, relazione con acqua e drenaggi.
    Output progettuali: tracciati che lavorano con le linee del terreno, gestione runoff delle strade, gerarchia (principali/secondarie).Yeomans le colloca prima di alberi/edifici; Regrarians le enfatizza come elementi molto permanenti e strutturanti.
  5. Alberi / EcosistemiDomanda guida: quali comunità vegetali e funzioni ecologiche vuoi installare (e dove) per sostenere tutto il sistema?
    Dati minimi: vegetazione esistente, venti, corridoi ecologici, ombre, suoli, fauna, pressioni (ungulati, incendi, ecc.).
    Output progettuali: frangivento, siepi, agroforestazione, ripari, connessioni ecologiche, produzione legnosa/foraggera/biomassa.Yeomans parla di “Trees”; Regrarians allarga a “Ecosystems” come layer funzionale.
  6. Strutture / Edifici
    Domanda guida: dove metti il costruito per servire bene l’azienda senza entrare in conflitto con acqua/accesso?
    Dati minimi: bisogni reali, logistica, energia, vincoli urbanistici, esposizione e microclima.
    Output progettuali: siti edificabili coerenti con l’impianto idrologico e viario.La regola della scala è spietata: edifici “giusti” dipendono da accesso e acqua “giusti”.
  7. Suddivisioni / Recinzioni
    Domanda guida: come suddividi per gestione (rotazioni, pascolo, protezioni) senza bloccare futuri adattamenti?
    Dati minimi: sistemi di allevamento/coltivazione, flussi di persone/animali/macchine, punti acqua, corridoi di servizio.
    Output progettuali: recinzioni flessibili dove possibile; suddivisione che segue linee più permanenti (accesso, acqua, ecosistemi).
  8. Suolo
    Domanda guida: quali pratiche accelerano la costruzione di fertilità senza contraddire il disegno sopra?
    Dati minimi: tessitura, struttura, compattazione, SOC, infiltrazione, erosione, salinità, pH (quanto basta per partire).
    Output progettuali: coperture, rotazioni, gestione residui, ammendanti, gestione pascolo, lavorazioni “keyline pattern” se coerenti.Il punto metodologico cruciale: puoi iniziare a migliorare il suolo subito, ma le azioni più “irreversibili” (earthworks, strade permanenti, invasi) devono seguire l’ordine alto della scala.
  9. Economia (Doherty)
    Domanda guida: il progetto è sostenibile per chi lo gestisce, oggi e tra 5–10 anni?
    Dati minimi: canali di vendita, costi, vincoli compliance, manodopera, rischio, accesso al mercato.
    Output progettuali: scelta enterprise, sequenza investimenti, “cosa fare prima” per non strozzare la cassa.Regrarians la mette esplicitamente nella scala: non come “fine ultimo”, ma come filtro di fattibilità.
  10. Energia (Doherty)Domanda guida: quali flussi energetici stai potenziando (soprattutto fotosintesi) e quali dipendenze stai creando?
    Dati minimi: consumi energetici, necessità di irrigazione/lavorazioni, infrastrutture energivore, possibilità di riduzione.
    Output progettuali: strategie per “fare di più con il sole” (biomassa, ombreggiamenti utili, suoli vivi), riduzione lock-in energetico.Regrarians la chiude con una frase programmatica: la priorità è aumentare le opportunità di fotosintesi e i suoi effetti positivi.
  1. Un esempio “di sequenza” (tipico errore evitato dalla scala)

Errore classico: compro il terreno → pianto frutteto → poi mi accorgo che l’acqua va gestita diversamente → rifaccio strade e drenaggi → perdo alberi e soldi.

Sequenza corretta (stile Yeomans/Doherty):

  1. Clima + forma del terreno (mappe)
  2. Acqua (dove catturo, dove distribuisco, dove scarico in sicurezza)
  3. Accesso (strade che non diventano ruscelli)
  4. Ecosistemi/forestry (frangivento, corridoi, agroforestazione)
  5. Edifici
  6. Recinzioni/suddivisioni
  7. Suoli (pratiche che consolidano il tutto, e che puoi avviare anche prima senza contraddire i livelli superiori)
  8. Economia/energia come “contabilità di realtà” che guida la fase e il ritmo degli investimenti.
  1. Limiti e fraintendimenti comuni
  • Non è una gerarchia di valore. È una gerarchia di costo di cambiamento. (Molti testi divulgativi lo ricordano esplicitamente.)
  • Il clima non è più “immutabile” come nel ’58, ma resta comunque il livello più “lento” e vincolante: puoi lavorare su microclimi, ma non puoi progettare come se fossi in un’altra fascia climatica.
  • Il suolo è “ultimo” perché modificabile, ma se lo tratti male, la tua “geografia” cambia (erosione): Yeomans insiste che la stabilità del land shape dipende dalla copertura di suolo.
  • La scala non sostituisce l’iterazione. In pratica si lavora per cicli: una prima bozza “dall’alto”, poi dettagli “dal basso”, poi ritorno all’alto per verificare coerenza.
  1. Mini-bibliografia essenziale (per partire seriamente)
  • P. A. Yeomans, The Challenge of Landscape — The Development and Practice of Keyline (1958): formulazione della scala e spiegazione (incluso perché il suolo è ultimo).
  • Ken B. Yeomans (ed.), Water for Every Farm — Yeomans Keyline Plan: contesto keyline e riferimenti alla KSOP nella pratica.
  • Oregon State University (open textbook), Scales of Permanence: sintesi didattica della KSOP e suo uso come ordine di design.
  • Regrarians, Regrarians Platform®: estensione dei fattori (economy/energy) e definizioni operative dei layer.
  • Cornell Small Farms, Using the Scale of Permanence as a Tool for Land Evaluation: applicazione come strumento di valutazione e pianificazione.
  • Quivira Coalition, Keyline guide (PDF): uso pratico della gerarchia in contesti di gestione idrica/paesaggistica.

Applicazione della Scala di Permanenza all'azienda agricola

1. Clima

Obiettivo: trasformare il meteo in “vincoli progettuali” (finestre operative e rischi).

Output minimo

  • Calendario rischio aziendale (12 mesi): saturazione/portanza vs stress idrico/heat vs eventi intensi.

  • “Settimane NO” per lavorazioni pesanti e transiti (per evitare compattazione su suolo limoso).

Azioni subito

  • Diario eventi: 6–8 piogge significative in un anno con foto dei ristagni (24h e 48h).


2. Geography (micro-topografia + rete idraulica reale)

Obiettivo: capire dove va l’acqua con differenze di quota anche di pochi cm.

Output minimo

  • Mappa aziendale con:

    • punti che ristagnano,

    • punti che scaricano,

    • quote relative (anche solo “alto/medio/basso” per ora),

    • linee di scoline/tombotti/attraversamenti.

Azioni subito (low-tech)

  • Dopo una pioggia: segnare su mappa 10–20 “punti acqua” (dove si ferma).

  • Rilievo minimo: anche solo con livello laser o GPS/RTK se disponibile (o lo fa un tecnico in 1 giornata).

Decisioni irreversibili (da NON fare prima)

  • scavi/invasi/riporti terra importanti senza una carta quote.


3. Acqua (il layer più strategico)

Qui la scala “grida”: prima acqua, poi tutto il resto.

3.A Domanda guida

  • Da dove entra l’acqua (pioggia + eventuali apporti)?

  • Dove si accumula e perché (micro-quote/compattazione/tombotti)?

  • Dove esce (scoline → canali consortili)?

  • Posso fare drenaggio controllato (trattenere quando serve, scaricare prima dei picchi)?

Output minimo

  1. Schema “rete acqua” con in/out e punti critici (tombotti, chiaviche, strozzature).

  2. Tabella per ogni scolina: sezione, profondità, pendenza, stato manutentivo, vegetazione.

  3. Mappa “acqua utile vs acqua dannosa”:

    • utile = trattenibile senza asfissia,

    • dannosa = ristagno prolungato / perdita portanza / danni coltura.

Azioni subito (basso rischio, altissimo ritorno)

  • Manutenzione intelligente di scoline e tombotti (tombini e caditoie): spesso è la leva n.1 in pianura.

  • “Test di tempo di svuotamento”: quanto impiega a sparire l’acqua in 3 zone (N, S, vicino sede).

Opzioni di progetto (da valutare con quote e vincoli)

  • Laminazione/stoccaggio: una vasca/laghetto in un angolo “già idraulicamente compatibile” (spesso vicino a canali/aree marginali), anche come asset didattico/biodiversità.

  • Drenaggio controllato: se in presenza di paratoie/quote utili, è oro (riduce stress estivo e costi, se fattibile).

  • Fasce tampone lungo i canali: riducono perdite di nutrienti e stabilizzano sponde.


4. Accesso (strade/cavedagne)

Obiettivo: accesso sempre praticabile senza creare ruscellamenti e senza tagliare la rete idrica.

Output minimo

  • Gerarchia accessi: dorsale principale + secondari.

  • Mappa scarichi stradali: dove l’acqua della strada va a finire.

Azioni subito

  • Sistemare i punti dove la strada fa da diga o da canale (di solito bastano 2–5 interventi: scarichi, piccole cunette, tombotti corretti).

  • Definire “zona di manovra” e aree di carico per non compattare sempre gli stessi punti.


5. Vegetazione permanente (Trees / Ecosystems)

Qui siamo già messi bene: abbiamo macchie boscatefasce alberate. La leva ora è connessione + funzione.

Obiettivo: usare la vegetazione per:

  • frangivento e microclima,

  • filtrazione nutrienti verso canali,

  • corridoi ecologici,

  • stabilità sponde,

  • didattica (percorsi, biodiversità osservabile).

Output minimo

  • “Rete ecologica aziendale”: quali fasce diventano intoccabili (permanenti) e perché.

  • Piano siepi/frangivento: 2–3 tratti prioritari (non 20).

Azioni subito (a costo basso)

  • Fascia tampone erbacea (anche 3–6 m) lungo i bordi più sensibili idraulicamente.

  • Arricchimento margini del bosco (strato arbustivo) per aumentare funzione senza “rubare” campo.


6. Edifici (sede, agriturismo, didattica)

Obiettivo: far lavorare il costruito con acqua e logistica, non contro.

Output minimo

  • Schema acque meteoriche: dove scaricano gronde e piazzali.

  • Possibilità di raccolta (anche solo per usi non potabili: lavaggi, irrigazione orti didattici).

Azioni subito

  • Separare acque pulite (tetti) da acque “sporche” (piazzali) se vogliamo usarle.


7. Recinzioni / suddivisioni

Obiettivo: modularità e logistica (anche pensando a fauna/allevamenti).

Output minimo

  • Corridoi di servizio e accessi punti acqua.

  • Recinzioni mobili dove possibile (riduce permanenza “rigida”).


8. Suolo (la leva rigenerativa)

Suolo limoso = potenziale enorme ma rischio compattazione.

Obiettivi pratici

  • più portanza e infiltrazione,

  • più SOM stabile,

  • meno dipendenza da input,

  • e soprattutto: non perdere carbonio quando rimuoviamo paglia/fieno/granelle.

Azioni subito (super coerenti con la scala)

  • Traffico controllato (anche parziale): stabilire corsie di passaggio ripetute.

  • Cover crops per funzione: radici strutturanti + leguminose + specie “pompa” (es. cicoria) dove serve rompere compattazione biologicamente.

  • “Bilancio carbonio aziendale semplice”: poiché esportiamo biomassa, dobbiamo pianificare il ritorno (compost/letame compostato, cover più ricche, ecc.).


9. Economia e 10. Energia (Doherty)

Regola di sequenza (molto concreta):

  1. prima interventi che tolgono costi ricorrenti (ristagni, accessi, portanza),

  2. poi quelli che aumentano resilienza (fasce tampone, siepi, stoccaggio),

  3. poi impianti più “fissi” (frutteti, nuove strutture).

Il cuore dell’azienda agricola La Via Antiga – Vista dall’alto.

  • Localizzazione – L’azienda agricola La Via Antiga ha le seguenti coordinate geografiche:
    • Latitudine 45° 38’ 48” N,
    • Longitudine 12° 40’ 23” E,
    • Altitudine – 0.90 slm, ovvero è situata a 90 cm sotto il livello del mare.
  • Clima – Esempio – L’area in cui è situata l’azienda agricola La Via Antiga presenta i seguenti dati climatici:

Dati climatici a 30 anni

MesiGenFebMarAprMagGiuLugAgoSetOttNovDicAvg/Sum
Tmin e Tmax °C-2↔7-1↔92↔137↔1711↔2215↔2617↔2816↔2813↔248↔194↔130↔813,8
Precipitazioni
mm
7999971371231711131251311401641161.495
  • Topografia – L’area in cui è situata l’azienda agricola La Via Antiga appartiene a un territorio di bonifica, praticamente piatto, sottratto alle paludi tra la fine dell’Ottocento e il 1938.
    La pianura di bonifica è compresa, da est a ovest, tra i fiumi Livenza e Piave.

Il fiume Livenza (111 km; bacino di 2217 kmq) è un fiume di risorgiva.  Nasce dalle sorgenti di tipo carsico denominate Santissima (33 m slm) e Gorgazzo (57 m slm), poste ai piedi del versante meridionale dell’altopiano del Cansiglio da cui vengono alimentate, e sfocia nel Mar Adriatico presso Porto Santa Margherita (VE), comune di Caorle.

Il fiume Piave (220 km; bacino di 4.100 kmq) è il quinto tra i fiumi italiani. Nasce alle falde del Monte Peralba (2.683 m) e sfocia nel Mar Adriatico, 35 km a NE di Venezia, al limite della laguna, nella piccola frazione di Cortellazzo. Sulla sinistra della foce si colloca la laguna “del Mort”, nata da un vecchio braccio del fiume colmato dalle maree.

Pattern a tasselli: i campi in cui è suddiviso il piano di campagna hanno le dimensioni medie da asse fosso a asse fosso, nelle due direzioni perpendicolari nord-sud e est-ovest, di 400 m x 29 m = 11.600 mq.

  • Acque – Esempio – L’area in cui è situata l’azienda agricola La Via Antiga, negli ultimi anni, ha sperimentato piogge che si sono dimostrate imprevedibili per quantità del singolo evento e per distribuzione lungo l’arco dell’anno, passando da anni con piogge scarsissime nel periodo di crescita e sviluppo delle piante coltivate ad anni in cui le piogge hanno impedito le semine primaverili.

L’acqua di irrigazione, invece, viene derivata dal Canale Brian in due punti.

A est da una canaletta in cemento che costeggia la strada SP57, e da lì entra in un capofosso che però non serve per il riempimento dei fossi aziendali per via degli sfavorevoli profili altimetrici. Tale capofosso serve essenzialmente per drenare le acque in eccesso.

A ovest con una presa diretta sul Canale Brian che per caduta la versa in una canaletta di cemento che corre lungo la strada di accesso posta sull’argine del Canale della Pace e, da questa canaletta, per caduta, l’acqua passa in una tubata sotterranea che permette, tramite bocchettoni posti a metà presa, di riempire parte dei fossi aziendali.

In azienda è presente uno stagno, lo Stagno delle Nitticore, creato nel 1995.

In azienda sono presenti due pozzi che pescano da una falda posta a 155 m di profondità.

  • Accessi e infrastrutture – Esempio – I terreni dell’azienda appartengono a un quadrato di terreno di lato lungo circa 1.5 km che confina:
    • a nord con la SP58 (da Ceggia a Staffolo, frazione si Torre di Mosto),
    • a est con la SP57 (da Stretti di Eraclea, frazione di Eraclea,  a Torre di Mosto),
    • a sud con il Canale Brian e
    • a ovest con il Canale della Pace.

I terreni dell’azienda sono posizionati nell’angolo sudoccidentale del quadrato, vicino alla confluenza dei due canali: Canale della Pace e Canale Brian.

Stagno delle Nitticore - 28 Giugno 2020
Stagno delle Nitticore - 28 Giugno 2020

Note di interesse storico.

Il Canal di Lanzalunga (l’ansa lunga), che serviva da confine tra l’Impero Romano d’Oriente e l’Impero Romano di Occidente, è stato integrato nel Canale Brian.

Un tratto di tale Canale confina con i terreni aziendali che arrivano fino all’argine.

Quando salgo sull’argine e mi guardo intorno penso: “Ho i piedi sui terreni dell’Impero Romano di Occidente e, guardando verso l’altra sponda, a meridione, posso vedere le terre dell’Impero Romano d’Oriente. I due imperi erano separati da un canale di acqua salmastra largo forse venti o trenta metri. Che figata!”

Tutta l’area è classificata come area soggetta a vincolo archeologico, in quanto, sui terreni di entrambe le sponde di questo tratto del Canale Brian, sorgeva l’abitato di Cittanova (Civitas nova), centro da cui partirono genti che contribuirono a fondare Venezia. 

Le fondamenta dell’antica basilica di Cittanova (distrutta) è situata sulla riva sinistra del Canale Brian, sotto i terreni di una azienda agricola del quadro di terreno delimitato come sopra.

  • Vegetazione permanente – Nel cuore dell’azienda agricola La Via Antiga sono presenti i seguenti elementi agroambientali: 3 macchie boscate naturaliformi e 7 siepi, alcune unifilari, altre multifilari. le siepi sono state disposte lungo tutto il periplo dei confini del cuore aziendale. Inoltre, intorno ai due fabbricati rurali principali e allo stagno ci sono degli alberi pregevoli per età, forma e dimensione: alcuni Juglans regia, un Diospyros kaki e un Populus alba. Quest’ultimo presenta dei notevoli esempi di anastomosi

Incorporando elementi naturali lungo i confini e tra i campi coltivati, La Via Antiga non solo concorre a sostenere la salute e il benessere del territorio, ma anche a conservare la biodiversità. Il 28 Maggio 2021 ho visto la prima orchidea a La Via Antiga; una Serapias vomeracea. Il 13 Giugno 2023 ho contato 35 orchidee della specie Cephalanthera damasoniumPer conservazione della biodiversità intendo questi piccoli miracoli!

  • Strutture –  
  • Recinzioni – 
  • Suolo – 
  • Economia
  • Energia
Serapias vomeracea - 17 Maggio 2022
Serapias vomeracea - 17 Maggio 2022
Cephalanthera damasonium 23 Giugno 2023

Dragon Dreaming

Un metodo creativo-sociale per trasformare visioni in progetti “win-win-win”

Progettazione Temporale

The Dragon Dreaming Wheel

Dragon Dreaming è una filosofia e una metodologia di progettazione collaborativa nata in Australia (sviluppata da John Croft e Vivienne Elanta intorno agli anni ’90) per aiutare gruppi e comunità a trasformare un’intuizione iniziale in un progetto reale, sostenibile e capace di far crescere persone, relazioni e territorio.

A differenza di molti approcci “classici” (che partono da obiettivi, budget e Gantt), Dragon Dreaming parte da una cosa spesso trascurata ma decisiva: il sogno condiviso. Non nel senso romantico del termine, bensì come atto generativo: un processo intenzionale che rende un progetto desiderabile, collettivamente posseduto e quindi energeticamente “tenibile” nel tempo.

I 3 principi: la bussola del “win-win-win”

Dragon Dreaming si regge su tre principi inseparabili:

  1. Crescita personale (Personal Growth) – il progetto deve far crescere le persone coinvolte (competenze, consapevolezza, cura di sé).

  2. Costruzione di comunità (Community Building) – il progetto deve rafforzare legami, fiducia, qualità della comunicazione.

  3. Servizio alla Terra (Service to the Earth) – il progetto deve restituire più di quanto prende, riducendo danni e generando rigenerazione.

Questi principi diventano una domanda semplice, da ripetere spesso durante il percorso:
È buono per me? È buono per noi? È buono per la Terra?

Se una decisione “vince” solo su un livello (es. utile economicamente ma tossica per le relazioni o per l’ecosistema), Dragon Dreaming la considera instabile: prima o poi presenta il conto.

La Ruota: 4 fasi che si ripetono (anche in piccolo)

Il cuore operativo è la Dragon Dreaming Wheel, una ruota che descrive quattro fasi ricorsive:

  1. Dreaming (Sognare)

  2. Planning (Pianificare)

  3. Doing (Fare)

  4. Celebrating (Celebrare)

Non è una sequenza “una volta sola”: ogni progetto (e spesso ogni sotto-progetto) attraversa queste fasi più volte. E la ruota sottolinea anche un punto psicologico importante: i passaggi tra le fasi sono soglie (thresholds) che richiedono energia, coraggio e cura.

1. Dreaming: dal sogno individuale al sogno del gruppo

Questa fase serve a trasformare una visione iniziale (spesso di una persona) in un sogno collettivo, senza “tagliarlo” subito con fattibilità, soldi, permessi, burocrazia.

Lo strumento tipico è il Dreaming Circle (o Creation Circle): una facilitazione in cerchio che permette, in modo inclusivo, di far emergere desideri, bisogni, intuizioni e contributi di ciascuno. È pensato esplicitamente per trasferire l’“ownership” del progetto dall’individuo al gruppo.

Elemento chiave: Pinakarri (ascolto profondo). Non è solo “stare zitti mentre parla l’altro”: è un ascolto intenzionale che fa spazio, riduce la competizione comunicativa e costruisce qualità di relazione.

Nota pratica: Dragon Dreaming avverte che un Dreaming Circle funziona meglio se arrivi con una chiarezza minima sul tema (per evitare sogni troppo nebulosi) e se non inviti subito persone fortemente “antipatiche” al progetto (quella è un’altra fase di lavoro).

2. Planning: dal sogno a una mappa giocabile

Qui la domanda cambia: “Come lo rendiamo reale senza tradirlo?”
La pianificazione in Dragon Dreaming non è una compressione “fredda” del sogno, ma una traduzione giocabile in obiettivi, ruoli, risorse e sequenze.

Lo strumento simbolo è il Karabirrdt (termine della cultura Noongar; spesso tradotto come “ragnatela/spider web”): una mappa visiva che connette obiettivi e compiti come nodi interdipendenti, più simile a un “tabellone” che a una lista lineare.

Il punto non è solo “che cosa fare”, ma come le attività si sostengono a vicenda, dove sono i colli di bottiglia, quali ruoli servono davvero, e quali esperimenti/pilot possono ridurre i rischi prima di scalare.

3. Doing: azione come apprendimento (non solo esecuzione)

Il “fare” in Dragon Dreaming non è eseguire un piano intoccabile, ma agire imparando: feedback, micro-correzioni, cura della comunicazione, decisioni che restano coerenti col win-win-win.

Qui spesso emergono “i draghi”: conflitti, paure, blocchi, stanchezza, resistenze. La ruota li normalizza: non sono fallimenti morali, sono soglie fisiologiche del cambiamento.

4. Celebrating: l’energia che rende sostenibile il percorso

Nella cultura produttivista, la celebrazione è un extra. In Dragon Dreaming è una fase strutturale: serve a chiudere cicli, riconoscere contributi, integrare apprendimenti, ridurre burnout e rigenerare motivazione.

Nel materiale ufficiale viene suggerito (in modo esplicito) che circa il 25% dei costi/energie di un progetto sia dedicato alla celebrazione (intesa come gratitudine, riconoscimento, riflessione, non “sballo”).

Progetto: una Fattoria Didattica per adulti sul Capitale Vivente

Modello Dragon Dreaming

Immagina una fattoria didattica che non si limita a “mostrare tecniche”, ma diventa laboratorio esperienziale dove studenti adulti e maturi imparano a leggere il territorio come capitale vivente: energia, suolo, reti trofiche, cicli, memoria biologica, e contabilità ecologica del Capitale Vivente.

DREAMING (2–3 ore, in cerchio)

Partecipanti suggeriti (Dream Team): facilitatore, docenti/esperti, 2–3 ex-studenti “critici”, 1–2 agricoltori locali, 1 rappresentante comunità/associazioni, 1 persona “creativa” (storytelling/arti), 1 persona “operativa” (logistica).
Output: lista di sogni/aspirazioni non prioritarizzata, scritta in grande e conservata come documento vivo.

Esempi di sogni (formulati al presente, desiderativi):

  • “La fattoria è un luogo dove il suolo si può misurare e raccontare.”

  • “Chi esce dal corso sa costruire un bilancio semplice del capitale vivente di un ettaro.”

  • “Il percorso genera comunità: reti tra studenti, agricoltori, tecnici.”

  • “Ogni edizione lascia il posto più vivo di prima (almeno un micro-miglioramento ecologico misurabile).”

Regola d’oro: ascolto profondo (Pinakarri) e giro di parola; niente dibattito su fattibilità in questa fase.

PLANNING (1 giornata “laboratorio”)

1. Traduzione del sogno in 3–5 obiettivi verificabili
Esempio:

  • O1: “Gli studenti sanno stimare e interpretare SOM/biomassa/struttura suolo in campo (baseline + lettura).”

  • O2: “Gli studenti costruiscono una mappa di flussi e cicli (C-N-acqua) del sito e distinguono cicli vs sentieri.”

  • O3: “Gli studenti producono un micro-prospetto di capitale vivente (indicatori + narrazione).”

2. Karabirrdt (la ragnatela di progetto)
Nodi tipici:

  • Curriculum (4 moduli + progetto finale)

  • Siti e parcelle dimostrative

  • Kit di misure (campionamenti suolo, schede biodiversità, energia/biomassa)

  • Accoglienza/logistica

  • Comunicazione e recruiting

  • Partnership (università, rete permacultura, associazioni)

  • Valutazione (rubriche + indicatori ecologici minimi)

Il Karabirrdt ti costringe a vedere interdipendenze e responsabilità senza ridurre tutto a una timeline lineare.

3. Ruoli “4 personaggi”
Assicurati che nel team ci siano (o ruotino) Dreamer, Planner, Doer, Celebrator: la ruota funziona meglio se i quattro archetipi sono rappresentati.


DOING (pilot di 6–8 settimane, 1 weekend ogni 2 settimane)

Struttura didattica (esempio)

  • Weekend 1: “Leggere il luogo” (osservazione, confini, storia d’uso, mappe; introduzione al capitale vivente)

  • Weekend 2: “Suolo come memoria” (SOM, struttura, aggregati, prove semplici + interpretazione)

  • Weekend 3: “Reti trofiche e cicli” (indicatori biologici, decomposizione, sentieri aperti, vulnerabilità)

  • Weekend 4: “Contabilità didattica” (schede input/output; micro-bilancio ecologico; narrazione rigorosa)

Compito trasversale: ogni partecipante costruisce un “Quaderno del Capitale Vivente” con dati minimi + note qualitative + foto + riflessioni.

CELEBRATING (micro-rituali + una chiusura finale)

  • Alla fine di ogni weekend (30 min): gratitudine + “che cosa abbiamo imparato davvero?” + “che cosa cambiamo subito?”

  • Evento finale (mezza giornata): restituzione pubblica (comunità locale + partner), mostra dei quaderni, visita guidata dai partecipanti, raccolta feedback.

Se vuoi essere fedele allo spirito Dragon Dreaming, metti a budget tempo/energia reali per la celebrazione (non solo “se avanza tempo”): è parte della sostenibilità del progetto.

Check win-win-win (da ripetere a ogni soglia)

  • Per me (crescita personale): chi facilita e chi studia cresce? c’è cura di carichi e limiti?

  • Per noi (comunità): aumentano fiducia, qualità della comunicazione, alleanze locali?

  • Per la Terra: ogni edizione lascia un micro-guadagno misurabile (es. copertura suolo, riduzione compattamento, incremento biodiversità osservata, pratiche più rigenerative)?

Generazione del Modello di Impresa

Progettazione Strategica d’Impresa

Yves Pigneur - University of Lausanne

Generare un modello di impresa: che cos’è davvero

Quando si dice “modello di impresa” molte persone pensano subito a: “che cosa vendo” o “come faccio marketing”. In realtà è più ampio:

Un modello di impresa descrive come un’organizzazione:

  1. crea valore per qualcuno (clienti/utenti/beneficiari),

  2. lo consegna (attraverso canali, relazioni, attività),

  3. e lo cattura (ricavi o altre forme di sostenibilità: margine, budget pubblico, donazioni, impatto misurabile).

Il metodo di business model generation serve a fare una cosa precisa:
rendere questa architettura visibile, discutibile e migliorabile.

Perché “generare” e non “scrivere” un modello

“Scrivere” spesso porta a un documento lungo e teorico.
“Generare” significa invece:

  • partire da ipotesi (assunzioni) su clienti, bisogni, prezzi, costi, canali;

  • tradurle in una mappa semplice;

  • creare alternative (più versioni possibili);

  • fare test rapidi per capire cosa regge e cosa no;

  • iterare fino a trovare una configurazione che funzioni.

In breve: progettazione + esperimenti, non solo pianificazione.

L’idea-chiave: il modello è un sistema, non un elenco

Il metodo funziona bene perché tratta l’impresa come un sistema di pezzi collegati. Se tocchi un pezzo, gli altri cambiano.

Esempio banale:

  • se scegli “prezzo basso”, devi avere costi bassi o volumi alti;

  • se scegli “clienti premium”, ti servono canali, relazioni e qualità coerenti;

  • se scegli “abbonamento”, cambia tutta la logica di acquisizione e fidelizzazione.

Quindi il cuore del metodo è: coerenza interna.

Il Business Model Canvas: la mappa in 9 blocchi

Lo strumento più famoso per “generare” un modello è il Business Model Canvas, una lavagna divisa in 9 blocchi. Non è burocrazia: è una mappa di ragionamento.

1) Segmenti di clientela

Chi servi davvero? Uno o più gruppi con bisogni diversi.
Domanda guida: “Per chi stiamo risolvendo un problema?”

2) Proposta di valore

Quale valore crei? (non “il prodotto”, ma il risultato per il cliente)
Domanda guida: “Perché qualcuno dovrebbe scegliere noi?”

3) Canali

Come raggiungi e consegni valore? (vendita, web, partner, fisico, eventi…)
Domanda guida: “Dove ci trovano e come ricevono ciò che promettiamo?”

4) Relazioni con i clienti

Che tipo di relazione serve? (self-service, consulenziale, community, assistenza…)
Domanda guida: “Che relazione è coerente con il valore e sostenibile nei costi?”

5) Flussi di ricavi

Come rientra il valore? (vendita singola, abbonamento, licenza, fee, freemium…)
Domanda guida: “Per cosa pagano davvero e con quale meccanismo?”

6) Risorse chiave

Cosa ti serve per far funzionare tutto? (persone, asset, dati, marchio…)
Domanda guida: “Qual è ciò che non può mancare?”

7) Attività chiave

Cosa devi saper fare bene ogni giorno? (produzione, progettazione, vendita, logistica…)
Domanda guida: “Quali azioni generano davvero il valore promesso?”

8) Partner chiave

Chi ti aiuta a funzionare? (fornitori, distributori, alleanze, piattaforme…)
Domanda guida: “Cosa conviene fare con altri invece che da soli?”

9) Struttura dei costi

Quali costi dominano? (fissi/variabili, acquisizione clienti, logistica, personale…)
Domanda guida: “Quali costi sono inevitabili e quali sono scelte?”

Il metodo in pratica: 7 passi operativi

Ecco una procedura tipica (molto usata in innovazione e start-up, ma utile a chiunque):

Passo 1 — Definisci l’obiettivo e il perimetro

Stai progettando un’impresa nuova? Una linea di business? Un servizio?
Se non definisci il perimetro, finisci in una “mappa di tutto”.

Passo 2 — Parti dal cliente (o dall’utente)

Raccogli segnali: interviste, osservazione, dati di vendita, ticket assistenza, recensioni.
Il metodo funziona se il Canvas non è “opinione”, ma ipotesi informata.

Passo 3 — Scrivi una prima versione (bozza 0)

Compilala velocemente. Non cercare la perfezione.
Scopo: rendere esplicite le ipotesi.

Passo 4 — Genera alternative (2–5 modelli diversi)

Qui sta la parte “generation”:
cambi una o due leve importanti e vedi se nasce un modello diverso, ad esempio:

  • canale diretto vs partner,

  • prodotto una tantum vs abbonamento,

  • B2C vs B2B,

  • servizio premium vs low-cost.

Passo 5 — Trova le ipotesi critiche (quelle che se sbagli crolla tutto)

Esempi di ipotesi critiche:

  • “i clienti pagheranno X”,

  • “posso acquisire clienti a costo Y”,

  • “posso consegnare in Z giorni”,

  • “questa risorsa chiave è disponibile”.

Passo 6 — Test rapidi (esperimenti)

Non serve “lanciare tutto”. Si testano le ipotesi con esperimenti mirati:

  • landing page + richiesta contatto,

  • pre-ordini,

  • prototipo,

  • prova pilota,

  • offerte a piccoli gruppi,

  • simulazioni costi/tempi.

Passo 7 — Iterazione e scelta

Aggiorni la mappa in base a ciò che hai imparato.
Un modello buono non è quello “bello”: è quello che regge ai test e ha numeri credibili.

Errori tipici (che il metodo evita, se usato bene)

  • Confondere il prodotto con il modello: “vendo X” non dice come funziona l’impresa.

  • Fare una sola versione: se non esplori alternative, di solito scegli il primo modello “comodo”.

  • Non esplicitare le ipotesi: allora non sai cosa testare.

  • Saltare i costi di acquisizione e consegna: molte idee muoiono lì.

  • Fare piani lunghi senza esperimenti: ti accorgi tardi dei problemi.

A cosa serve davvero, in una frase

Il metodo “business model generation” serve a trasformare un’idea in un sistema coerente di scelte, rendendo chiare:

  • chi servi,

  • che valore crei,

  • come lo consegni,

  • come ti sostieni economicamente,

  • e quali rischi devi testare prima.

Generazione della Proposta di Valore

Progettazione Strategica d’Impresa

STRATEGYZER.com

Thin-Sliced Farm Roast & Focaccia Table (Private Family Experience)

Cook focaccia, blend a garden cream, dress paper-thin roast slices—then sit and taste together.

  • Degustazione finale seduta:

    • 1 tipo carne per evento (daino o muflone), arrostita al sangue e affettata con uno spessore di 1,5 mm

    • insalata di foglioline crude + aromatiche

    • acqua per tutti

    • vino per adulti (oppure “green smoothie” se scelgono quello)

    • frullato di frutta per bambini

  • Niente take-home: la memoria è l’esperienza con l’ospite-animatore italiano

Value Proposition Canvas (BMG) —

Product and Services (Value Map, cosa offro io)

Prodotti/servizi

  • Private experience 110 min, guidata in inglese, con tavola finale.

  • Focaccia “family-proof” + garden cream + thin-sliced roast con rituale di condimento.

  • Bevande integrate (acqua + vino/smoothie adulti + smoothie bimbi).

Pain relievers (come togli frizioni)

  • Linguaggio: frasi corte + gesti + 3 parole chiave ripetute (“slice / dress / taste”).

  • “No raw meat”: messaggio standard già al minuto 3.

  • Bambini: compiti frequenti e brevi (toppings, erbe, impiattamento, smoothie).

  • Allergie: check pre-prenotazione + opzioni standard (es. crema senza latticini; focaccia = glutine “non negoziabile”, oppure variante dedicata se vuoi in futuro).

Gain creators (come crei wow)

  • “1.5 mm moment”: il gesto della fetta sottilissima (tu lo fai, loro lo “vestono”).

  • “Italian dressing ritual”: olio + sale + acidità + aromatiche (scelta, annuso, assaggio).

  • Tavola finale come rito: seduti, brindisi adulti, “family moment”.

Customer Jobs (cosa vogliono “ottenere”)

  • Fare un’attività in vacanza senza stress logistico.

  • Far divertire i bambini con qualcosa di “Italy-like” ma semplice.

  • Vivere “autenticità” senza sentirsi in una scuola di cucina.

  • Pranzare o Cenare con un risultato garantito.

Pains (frizioni reali)

  • Caldo, stanchezza, bimbi con attenzione breve.

  • Allergie/intolleranze e timore di errori.

  • Paura di “non capire” in una lingua non propria.

Gains (ciò che li entusiasma)

  • Unicità: carne aziendale di daino/muflone, cotta e tagliata “paper-thin”.

  • Tavola finale seduta: “we did it together, now we enjoy it”.

  • Feeling di vera Italia: olio, erbe, gesto del “condire”.

  • Esperienza privata: ritmi dei bimbi rispettati.

Scaletta 110 minuti (regia)

0–10’ Welcome & safety-light – grembiuli, mani, “today we cook like Italians” – frase chiave: “Fully cooked roast, thin slices.”

10–35’ Focaccia (hands-on) – impasto già impostato da te (per riuscita certa) – loro: stendono, fanno “dimple”, condiscono (olio, sale, rosmarino/pomodorini) – bimbi: toppings station + “Italian word game” (basilico/rosmarino/olio)

35–55’ Garden cream (mild + adult option) – crema estiva (zucchina/piselli/peperone o mix) – bimbi: scelgono 1 erba + aiutano blender (in sicurezza) – opzione adulti: “pepper/acid/herbs” separata

55–70’ Smoothies – bimbi: frutta (strawberry/peach/melon) – adulti: scelta wine OR green smoothie (qui già imposti la logica di servizio)

70–95’ Thin-sliced roast + dressing ritual – io: affetto (o preparo fette già pronte e faccio solo “show slice”) – loro: condiscono (olio, sale, limone/aceto, foglioline, aromatiche; capperi/scaglie di grana)

95–110’ Tavola finale seduta – piatto completo + acqua + vino adulti + smoothie bimbi

Chiusura: 2 minuti di storytelling (“why Italians love simple ingredients done well”)

Risultato: per una famiglia è perfetto perché ha tre picchi (focaccia / blender / roast ritual) + finale seduto.

Operazioni & compliance

Igiene e autocontrollo (HACCP)

Siccome preparo e somministro alimenti/bevande, il perimetro è da OSA con procedure basate su HACCP e buone prassi igieniche, come previsto dal Reg. (CE) 852/2004.
In Veneto esistono criteri/linee di indirizzo ULSS per requisiti igienico-sanitari in attività di somministrazione.

Impatto pratico sul format

Il punto critico è la gestione post-cottura + affettatura (attrezzature, superfici, tempi fuori frigo). Progetta la sessione per ridurre al minimo manipolazioni “a rischio”.

Somministrazione in ambito ricettivo/agrituristico (SCIA)

Se l’attività rientra nella somministrazione di alimenti e bevande (anche agli alloggiati), tipicamente serve l’inquadramento corretto e le pratiche tramite SUAP/ASL/SCIA (a seconda di come già autorizzato).
L’idea è verificare che l’attività ricettiva/somministrazione copra anche questa esperienza.

Key Partners 

Consulente: HACCP/ULSS per inquadramento e procedure

Fornitore vino locale

Fornitore olio extra vergine locale

Key Activities

Pre-prep (roast, mise en place, impasto)

Erogazione 110 min

Sanificazione + reset

Value Proposition

“Private family table experience: cook focaccia + blend garden cream + dress thin-sliced farm roast; sit and taste together.”

Customer Relationships

High-touch: prenotazione semplice + accoglienza “host italiano” + esperienza privata.

Customer Segment

Famiglie straniere alloggiate (mid-Jun → mid-Sep), inglese, 2 bambini piccoli.

Key Resources

Host bilingue, postazione cucina/degustazione, blender, forno, attrezzature affettatura, frigo, acqua/vino, orto/aromatiche.

Channels

In-room card + QR booking + pitch al check-in + reminder il giorno prima.

Cost Structure

Tempo host + pre-prep roast + consumi (farine/olio/verdure/frutta) + sanificazione + ammortamento attrezzature + compliance.

Revenue Streams

Prezzo “private family experience” (bundle).

Extra opzionali futuri: seconda bottiglia vino / upgrade “sunset table” / foto stampata (?).

Che cos’è un business plan e perché oggi ha senso parlarne in forma “lean”

Progettazione Economico-Finanziaria

  1. Perché il business plan continua a esistere (nonostante tutto)

Da almeno vent’anni si sente ripetere che “il business plan è morto”. Eppure, continua a essere insegnato, richiesto, discusso, riscritto. Questo paradosso è istruttivo.

Il problema non è il business plan in sé, ma l’uso che se ne fa.
Quando è inteso come:

  • un documento statico,
  • scritto una volta sola,
  • costruito per convincere qualcuno (un docente, una banca, un investitore),
  • e rapidamente scollegato dalla gestione reale,

allora sì: è un esercizio sterile.

Ma quando lo si considera per ciò che può essere — uno strumento di pensiero strategico e di governo dell’azione — il business plan resta uno degli oggetti più potenti della cassetta degli attrezzi manageriale.

  1. Una definizione operativa

In termini rigorosi, possiamo dire che:

Un business plan è un dispositivo strutturato che rende esplicito il modo in cui un’organizzazione interpreta la propria situazione, valuta alternative strategiche, prende decisioni e governa la loro implementazione nel tempo.

Non è, quindi:

  • solo un piano economico,
  • né solo una descrizione dell’impresa,
  • né una previsione del futuro.

È piuttosto una ipotesi ragionata su come trasformare risorse presenti in risultati futuri, sotto vincoli di incertezza.

  1. Dal business plan “classico” al business plan “lean”

Il business plan tradizionale nasce in un contesto relativamente stabile:

  • mercati più lenti,
  • cicli di innovazione lunghi,
  • organizzazioni gerarchiche,
  • forte enfasi sulla previsione.

In quel contesto aveva senso un documento:

  • lungo,
  • dettagliato,
  • fortemente analitico,
  • costruito ex ante.

Il lean business plan nasce invece in un mondo diverso:

  • incertezza strutturale,
  • sperimentazione continua,
  • risorse scarse,
  • apprendimento rapido.

Il cambiamento non è solo di forma (più corto), ma di funzione.

  1. Il principio chiave del lean business plan

Il cuore del lean business plan può essere espresso così:

Un buon piano non serve a prevedere il futuro, ma a prendere buone decisioni nel presente e a correggerle rapidamente alla luce di ciò che si apprende.

Questo comporta tre conseguenze fondamentali:

  1. Il piano è un processo, non un documento
    È pensato per essere rivisto, aggiornato, discusso.
  2. Le ipotesi contano più delle previsioni
    Ciò che deve essere chiaro non è “cosa succederà”, ma da cosa dipende il successo o il fallimento.
  3. La strategia è inseparabile dall’esecuzione
    Se una strategia non è implementabile con le risorse reali, non è strategia.
  1. La struttura logica: il business plan come ciclo decisionale

Proviamo ora a leggere il lean business plan non come un indice, ma come un ciclo di ragionamento.
La sequenza che proponiamo qui è, da questo punto di vista, molto solida.

5.1 Esame dello status quo

Ogni piano serio parte da una diagnosi.

Qui non si tratta di “raccontare l’azienda”, ma di rispondere a una domanda scomoda:

Dove siamo davvero, al di là della narrativa?

Status quo significa:

  • clienti reali (non quelli immaginati),
  • flussi di cassa reali,
  • capacità operative effettive,
  • vincoli (tecnici, organizzativi, normativi, temporali).

Senza questa base, il resto del piano è costruito nel vuoto.

5.2 Missione: la funzione del sistema

La missione, in un lean business plan, non è uno slogan.

È la risposta a una domanda strutturale:

Quale problema rilevante questo sistema si assume la responsabilità di risolvere?

Una buona missione:

  • orienta le scelte,
  • limita il campo delle opzioni,
  • rende coerenti decisioni diverse nel tempo.

5.3 Obiettivi: rendere misurabile la direzione

Gli obiettivi traducono la missione in criteri operativi di successo.

Nel lean business plan:

  • sono pochi,
  • sono misurabili,
  • hanno un orizzonte temporale chiaro.

Servono non per “motivare”, ma per decidere e verificare.

5.4 Strategie alternative: il cuore strategico

Questo è il punto più spesso saltato nei piani mediocri.

Un piano che presenta una sola strategia non è un piano: è una giustificazione ex post.

Il pensiero strategico richiede invece:

  • la formulazione di alternative reali,
  • ciascuna con una propria logica,
  • ciascuna con propri rischi e trade-off.

Qui il piano diventa uno strumento di scelta, non di storytelling.

5.5 Criteri di selezione: come si decide

Le alternative, da sole, non bastano. Serve una griglia di valutazione.

Nel lean business plan i criteri tipici sono:

  • desiderabilità (per clienti/utenti),
  • fattibilità (tecnica e organizzativa),
  • sostenibilità economica e finanziaria,
  • rischio e reversibilità,
  • coerenza con missione e vincoli.

Questo passaggio rende la decisione argomentabile, non arbitraria.

5.6 Decisione: la scommessa consapevole

La scelta strategica non è “la soluzione migliore in assoluto”, ma:

la migliore opzione disponibile date le informazioni attuali, i vincoli presenti e la possibilità di apprendere.

Qui il piano prende posizione. E si espone.

5.7 Implementazione: strategia che diventa azione

Nel lean business plan, l’implementazione non è un capitolo operativo separato: è parte della strategia.

Milestone, responsabilità, risorse e tempi servono a una cosa sola:

verificare se la strategia è eseguibile nel mondo reale.

5.8 Controllo e apprendimento

Il controllo, in un piano snello, non è controllo burocratico, ma apprendimento strutturato.

Si misura:

  • ciò che conta davvero,
  • con frequenza regolare,
  • per prendere decisioni correttive.

5.9 Revisione in loop

Ed eccoci al punto finale (che è anche l’inizio):

Il business plan non si “finisce”: si itera.

Il ciclo status quo → decisione → implementazione → controllo → revisione è ciò che trasforma il piano in uno strumento vivo di governo.

  1. In sintesi: perché insegnare il lean business plan

In un contesto formativo avanzato, il lean business plan è prezioso perché:

  • allena al pensiero strategico sotto incertezza,
  • costringe a esplicitare ipotesi e criteri,
  • integra numeri, organizzazione e strategia,
  • educa alla revisione critica delle proprie decisioni.

Non insegna a “prevedere il futuro”.
Insegna qualcosa di più utile: decidere bene, imparare in fretta, correggersi senza crollare.

Il CAPITALE VIVENTE - Cerere e Prometeo in Gaia

La successione retrograda e la via del futuro

Un metodo per misurare il futuro biologico con rigore (e senza fingere che basti un solo numero)

Il Capitale Vivente non è un libro “sull’ecologia”. 

È un libro su come si fa contabilità quando l’oggetto non è una fabbrica ma un sistema vivente: con tempi lunghi, soglie di regime, memoria operativa, e una dipendenza tecnica (ω) che può crescere fino a cambiare la natura stessa del sistema.

C’è una frase che riassume il progetto: la contabilità ordinaria descrive bene gli scambi in un dominio tecnico-sociale, ma non sa dire quanta vita futura stiamo consumando o costruendo.

Il Capitale Vivente – Cerere e Prometeo in Gaia nasce per colmare questa lacuna con un metodo, non con una morale.

Il metodo fa due cose insieme: da un lato costruisce un linguaggio fisico-ecologico trasparente; dall’altro propone una traduzione in valore in termini di costo standard che non cancelli la struttura del vivente. Ma soprattutto impone una regola severa: Cerere e Prometeo sono due regimi diversi, e non si valutano con la stessa logica.

Due regimi, non un continuum finto

Molti discorsi ambientali parlano di “grado di naturalità”, come se tutti i sistemi fossero disposti lungo una scala continua. Il metodo del Capitale Vivente propone invece una distinzione più utile (e più esigente): esistono sistemi la cui continuità dipende principalmente da ricorsività ecologiche e reti locali (Cerere), e sistemi la cui continuità dipende principalmente da apparati tecnici, supply chain e controllo (Prometeo).

Non è una scelta ideologica: è una scelta di regime. Oltre una soglia, cambiano i vincoli, cambia il tipo di dipendenza, cambiano gli errori possibili. E dunque deve cambiare anche la contabilità.

Questa distinzione evita il trucco più comune: far passare come “miglioramento graduale” ciò che in realtà è un cambio di natura del sistema.

L’obiettivo: rendere visibile la memoria operativa e quindi la capacità di vita futura.

Il punto centrale del metodo è che il vivente non è solo “cosa c’è” (stock), né solo “cosa passa” (flusso). Il vivente è anche memoria operativa: struttura e organizzazione che consentono la continuità della vita. Suolo, rete trofica, diversità funzionale, stabilità di cicli e ricorsività: sono tutte forme di memoria distribuita. Se quella memoria diminuisce, il sistema può ancora “produrre” per un po’, ma sta consumando futuro e, prima o poi, collassa.

Per questo il metodo non mira solo a una fotografia: mira a una diagnosi e a una traiettoria, esplicitata nel parametro ΔCVs-3 (variazione della componente SOM/strutturale del Capitale Vivente).

Come funziona: quattro passi replicabili

Il metodo è costruito per essere auditabile: non chiede fede, chiede calcoli dichiarati, ipotesi esplicite e controlli di coerenza.

Passo 1 — Perimetro e classificazione (X).
Si definisce l’oggetto: che cosa sto valutando, a quale scala, con quali confini. Poi lo si colloca nel regime: Cerere, Prometeo leggero, Prometeo pesante. Qui il metodo è inflessibile: non basta chiamare “eco-” un sistema per conservarne le proprietà. La classificazione non è un’etichetta, è un vincolo sui passaggi successivi.

Passo 2 — Contabilità energetica.
Si adotta un linguaggio comune: quanta energia viene intercettata/assorbita e in quali canali viene trasformata (photo/chemo/exo). L’energia qui non è “la verità ultima”, ma la grammatica minima per evitare arbitri. Il metodo costringe a dire: da dove viene la capacità di continuità? quanta parte è sostenuta dal vivente, quanta è sostenuta da apparati esterni?

Passo 3 — Traduzione in valore in termini di costo standard.
Qui arriva la svolta: la valutazione non coincide con lo stock fisico osservato. Per Cerere, il valore contabile viene ancorato a una convenzione dichiarata: quanto throughput serve per costruire e mantenere la memoria operativa su un tempo caratteristico. Il tempo entra come variabile strutturale, non come nota. Per Prometeo, la traduzione deve invece rendere esplicita la dipendenza da input tecnici e sociali: ciò che appare “stabile” può esserlo solo finché regge la forzante.

Passo 4 — Diagnosi 5D + Paragrafo Ω.
Qui il metodo “si mette il casco”: impedisce che tutto collassi in un unico numero di costo standard. La valutazione viene accompagnata dal tensore 5D:

  • Ψ: quanta “Ceresità” residua c’è (struttura e autonomia ecologica, qualità di rete).
  • ω: forzante energetica exosomatica (intensità/dipendenza da apparati tecnici, energia e supply chain esterne).
  • RCP: soglia di regime (Riproduzione – Controllo – Predizione come criterio di passaggio).
  • Oa: ricorsività vs sentieri aperti nei percorsi di materia/energia (chiusure locali vs esportazioni/perdite/dipendenze).
  • ΔCVs-3: traiettoria della componente SOM/strutturale del Capitale Vivente.

E infine Ω (omega maiuscolo): non un parametro in più, ma il paragrafo vincolante che riassume e impone i valori assegnati a (Ψ, ω, RCP, Oa, ΔCVs-3) e verifica coerenze e limiti (sostituibilità, reversibilità, dipendenza tecnica). Se Ω segnala superamento di soglia, il valore in termini di costo standard non può essere l’unico giudice: deve restare dentro un quadro dichiarato di vincoli.

Micro-esempio narrativo: due ettari, due mondi

Immaginate due ettari vicini.

Il primo è un frammento ceresiano: suolo con aggregati stabili, radici profonde, micorrize diffuse, lettiera, microfauna attiva. La sua “produzione” non è solo biomassa: è continuità di funzioni. La ricorsività domina: nutrienti e acqua fanno giri lunghi dentro il sistema. Qui Ψ è alta, ω bassa, Oa tende alla ricorsività, e ΔCVs-3 può essere positivo se il suolo costruisce memoria.

Il secondo è un agrosistema altamente controllato (campo di mais). Stessa superficie, ma la funzione è sostenuta da protocolli replicabili e input esterni: lavorazioni, concimazioni, irrigazione, protezioni, macchine, logistica. Il sistema può rendere molto, ma spesso la sua stabilità è condizionata: se la supply chain si incrina, l’ordine si rompe. Qui ω è alta, Oa tende ai sentieri aperti (import/export), RCP si sposta verso controllo e predizione, e ΔCVs-3 può essere negativo se la memoria del suolo viene consumata. Non è “buono” o “cattivo”: è un altro regime, e va contabilizzato come tale.

Chiusura

Il valore, in termini di costo standard, da solo, rischia sempre di diventare un feticcio.

Il metodo del Capitale Vivente lo impedisce: lo costringe a restare legato a perimetri, tempi, soglie e dipendenze.

Il metodo non promette un numero “definitivo”. Promette qualcosa di più raro: valutare gli effetti delle nostre azioni sulla continuità della vita.

Rigenerazione dei Suoli

Progettazione Ecologico-Agronomica

Un contenitore che può fare ricorso a tutti gli strumenti della cassetta degli attrezzi

Come abbiamo già visto nel Capitale Vivente, un suolo agricolo non è un supporto inerte: è un ecosistema completo.
È fatto di matrici fisiche (aria nei pori, acqua nei film e nei canali, frazione minerale—sabbie, limi, argille e polveri di roccia), di sostanza organica nelle sue componenti funzionalmente distinte, e di organismi viventi (batteri, funghi, microfauna e mesofauna, radici, e—dove la luce arriva—microalghe/cianobatteri).
Questi elementi non “stanno” semplicemente insieme: interagiscono, si trasformano reciprocamente, costruiscono reti trofiche e, nel tempo, accumulano memoria operativa: il Capitale Vivente del suolo.
Rigenerare un suolo significa quindi riattivare e riequilibrare la rete trofica (obiettivo ecologico) con un vincolo agronomico chiaro: orientarla verso una funzionalità ottimale per le colture che vogliamo ospitare. In termini strutturali, significa aumentare soprattutto il carbonio stabilizzato e protetto—MAOM e carbonio intra-aggregato—cioè la componente di SOM che nel nostro modello corrisponde a ΔCVs-3.

Le tecniche che seguono non sono ricette: sono modi diversi di influenzare le tre matrici (aria, acqua, minerali) e la rete biologica, con l’obiettivo di far crescere ΔCVs-3.

  1. Agroforestry “leggera” e perennializzazione (siepi, filari, macchie, fasce tampone)

Obiettivo → costruire una infrastruttura ecologica permanente che aumenti resilienza (microclima, controllo biologico, stabilità idrica) e offra refugia e corridoi alla biodiversità utile, senza compromettere la produttività del campo.
Pratiche → impianto di siepi multilivello (erbacee–arbusti–alberi) lungo confini e scoline; macchie boscate nelle aree marginali o meno produttive; fasce tampone vegetate in prossimità dei fossi; connessione tra elementi (rete, non punti isolati); gestione periodica (potature, rinnovo, controllo invasive).
Strumenti → mappa aziendale e analisi vento/sole (anche osservativa); picchetti e tracciamento; piantine/astoni, pacciamatura e irrigazione di attecchimento; protezioni da fauna; attrezzatura di potatura e trinciatura; registro manutenzioni.
Indicatori → aumento impollinatori e predatori (osservazioni/monitoraggi semplici), riduzione danni da vento, minori ristagni/erosione lungo bordi, maggiore stabilità produttiva in annate estreme, presenza di “vita” (uccelli/insetti utili) distribuita e non concentrata in un solo punto.
Errori tipici → impianti “decorativi” non connessi (effetto rete nullo); siepi monofila e monospecie; posizionamento che crea ombreggiamento/umidità nei punti sbagliati; assenza di manutenzione nei primi 2–3 anni; specie scelte senza considerare suolo, vento, e fauna locale.

Nota aziendale (La Via Antiga) → l’infrastruttura è già presente (impianti 1996–2006) con cintura perimetrale e macchie boscate/filari: l’obiettivo operativo non è “crearla”, ma ottimizzarne la gestione per massimizzare refugia e servizi ecosistemici con interventi leggeri e programmati.

  1. Copertura continua del suolo (mulch + residui + cover)

Obiettivo → mai “terra nuda”: ridurre erosione, evaporazione, stress termico, battimento da pioggia.
Pratiche → lasciare residui; cover crop tra colture; pacciamature organiche nei punti critici (capezzagne, bordi, orti).
Strumenti → trincia/residue manager; rullo crimper (se compatibile); spandicompost/paglia; semina cover.
Indicatori → % suolo coperto (target alto tutto l’anno); crosta superficiale assente; minor ruscellamento.
Errori tipici → residui “a chiazze” (copertura non uniforme); cover seminata tardi (biomassa insufficiente); terreno nudo dopo lavorazioni.

  1. Radici vive quasi tutto l’anno (finestra biologica)

Obiettivo → alimentare rete microbica e struttura con essudati radicali; ridurre “periodi di fame” del suolo.
Pratiche → cover crops invernali/estive intervallate alle cash crops; sottosemine (bulatura: leguminose sotto cereali); fasce perenni nei punti meno produttivi.
Strumenti → seminatrice adatta (min till/no till), miscugli “funzionali”, calendario finestre di semina.
Indicatori → radici fini diffuse, maggiore friabilità; aumento lombrichi; miglior infiltrazione.
Errori tipici → gap lunghi fra raccolta e semina cover; miscugli “belli ma inutili” (specie scelte senza funzione).

  1. Disturbo meccanico minimo e mirato (non dogmatico)

Obiettivo → conservare aggregati, reti fungine, porosità; ridurre ossidazione SOM.
Pratiche → transizione aratura → minima → strip/no till; lavorazioni solo in tempera; lavorazioni “chirurgiche” rare per problemi reali (compattazione) + subito cover.
Strumenti → attrezzi minima/strip; penetrometro o vanga; regola “pochi passaggi”.
Indicatori → zolla con aggregati stabili; minori suole; consumo gasolio/ha in calo.
Errori tipici → lavorare bagnato (compattazione); ridurre lavorazioni ma aumentare passaggi; “no-till” senza gestione infestanti → dipendenza da chimica.

  1. Disturbo chimico sotto controllo (selettività e sostituzioni sensate)

Obiettivo → ridurre impatti su biologia e cicli, senza “crolli produttivi”.
Pratiche → piano di riduzione graduale; soglie d’intervento; preferire correzioni di fondo (pH, nutrienti limitanti) e pratiche preventive (copertura, rotazioni).
Strumenti → analisi suolo (pH, EC, sostanza organica, macro/micro); quaderno di campagna con decisioni “perché”.
Indicatori → riduzione input/ha senza cali di resa; minor pressione patogeni/infestanti nel tempo.
Errori tipici → taglio netto senza alternativa; trattamenti “di calendario”; uso ripetuto stesso MoA (Mode of Action; resistenze).

  1. Diversità funzionale e rotazioni “lunghe” (non solo più specie)

Obiettivo → stabilità ecologica e riduzione problemi cronici (infestanti/patogeni/struttura).
Pratiche → rotazioni per funzione (fibrose/fittonanti/leguminose); consociazioni e miscugli cover con ruoli; inserire “break crops”.
Strumenti → tabella “specie → funzione → finestra”; seme di qualità; monitoraggi.
Indicatori → comunità infestanti meno aggressive; meno “picchi” di parassiti; suolo più strutturato.
Errori tipici → rotazione corta con stesse famiglie; cover “monospecie” sempre uguale; diversità solo sopra suolo, non sotto.

  1. Carbonio attivo + ammendanti organici (compost, bokashi, vermi, biochar caricato)

Obiettivo → aumentare “cibo per il suolo” e stabilità della fertilità; accelerare transizione su suoli stanchi.
Pratiche → compost termico maturo; bokashi come “pre-digestione”; vermicompost come inoculo; biochar sempre caricato e preferibilmente miscelato.
Strumenti → termometro compost; area compostaggio; setacci; spandiletame/spandicompost.
Indicatori → odore “di bosco”; migliore lavorabilità; aumento C organico nel tempo; risposta colture più stabile.
Errori tipici → compost immaturo (fitotossicità/competizione N); biochar non caricato; dosi elevate senza prova/controllo.

  1. Gestione traffico e compattazione (CTF “light”)

Obiettivo → proteggere porosità e macropori: la compattazione da ruote è spesso il vero collo di bottiglia.
Pratiche → corsie preferenziali; ridurre passaggi; lavorare con umidità idonea; alleggerire carichi dove possibile.
Strumenti → GPS/guide, pressione pneumatici ottimizzata; penetrometro o vanga; mappe campi.
Indicatori → minor resistenza a penetrazione; radici più profonde; meno ristagni in “strisce da ruote”.
Errori tipici → entrare in campo presto dopo piogge; passaggi casuali; pesi elevati sempre sulle stesse aree produttive.

  1. Acqua: infiltrare, drenare, distribuire (idro-logica di campo)

Obiettivo → ridurre ristagni e stress idrico; trasformare piogge intense in riserva utile.
Pratiche → ripristino microdrenaggi dove serve; baulature/aiuole rialzate in orticoltura; fascine/cover per ridurre ruscellamento; gestione scoline e bordi.
Strumenti → livella/laser, mappe altimetriche, osservazione dopo eventi piovosi; piccoli interventi ripetuti.
Indicatori → tempo di asciugatura post-pioggia; infiltrazione (test anello o buca); minor erosione.
Errori tipici → “un solo grande intervento” senza osservazione; drenare troppo e poi soffrire siccità; scoline trascurate.

  1. Integrazione animale (solo se gestita: tempo, carico, riposo)

Obiettivo → trasformare biomassa in fertilità e struttura, senza compattare o spogliare.
Pratiche → pascolo rotazionale con permanenze brevi; riposi adeguati; evitare suoli saturi; pascolo su cover “da pascolo” quando utile.
Strumenti → recinzioni mobili, abbeveraggio, piano di carico, osservazione residuo.
Indicatori → ricaccio rapido; copertura mantenuta; assenza di orma profonda; letame distribuito bene.
Errori tipici → pascolo continuo; carico eccessivo; entrare con suolo bagnato; niente riposo.

  1. Monitoraggio + prove a strisce (feedback reale, non “fede”)

Obiettivo → decidere su dati: cosa funziona qui, a Torre di Mosto, con i nostri suoli limosi.
Pratiche → 3–5 indicatori semplici misurati sempre uguali; prove a strisce (con controllo) per input biologici (tea, LAB, IMO, ecc.).
Strumenti → scheda campo, foto georeferenziate, penetrometro/vanga, test infiltrazione, analisi annuale.
Indicatori → trend (non “una misura”): infiltrazione, struttura, SOM, resa stabile, infestanti/patogeni.
Errori tipici → cambiare 5 cose insieme; niente controllo; misure non ripetibili; inseguire ricette senza contesto.